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Memorie di un lapis.

fotografie

Montepeloso o Monte lapilloso?

 

 

         

Montepeloso.

 

 

Era questo il toponimo che gli indigeni assegnarono alla nostra montagna al tempo dell’antropizzazione.

 

 

Risale alla metà del mese di agosto scorso la diffusione della notizia del ritrovamento di un fossile di cetaceo (per alcuni si tratta di una balena), presso la diga di S. Giuliano.

La scoperta è stata fortuita ed è dovuta a Vincenzo Ventricelli, un altamurano che in quella zona possiede, oltre che ai terreni, un agriturismo. Il 6 di quel mese, durante un’escursione lungo la riva del lago artificiale,  Vincenzo Ventricelli insieme con alcuni ospiti, si ritrovò al cospetto di ossa gigantesche bianchissime che l’azione dell’acqua, mai così alta in quel periodo dell’anno, aveva scoperto, erodendo l’ultima parte cretosa che li avvolgeva.

L’erosione dell’acqua è durata decenni, quanto l’età della diga, per avere ragione dello spessore di terra mista ad argilla, alto diversi metri, che ricoprivano lo scheletro. L’invaso fu costruito negli anni ’50 grazie al sostegno del Piano Marshall.

Subito ribattezzata Giuliana, si dice anche che il fossile di balena abbia circa un milione di anni. Che si tratti di una balena e che abbia quell’età, meglio potranno dircelo gli esperti, con gli esami appropriati e lo studio della testa che è ancora interrata.

 

Quella scoperta eccezionale (attualmente non esistono al mondo, scheletri interi, come quello di S. Giuliano, di un fossile di cetaceo) ci dà l’occasione per tornare a parlare del ritrovamento, altrettanto straordinario, che avvenne a Irsina intorno ai primi anni ’70: una scheggia clactoniana, in forma di raschiatoio, che per la posizione in cui fu rinvenuta, sarebbe antica non meno di 850.000 mila anni. Si tratterebbe della più remota età attribuita ad un manufatto dell'Homo Erectus, ritrovato in Italia.

 

Quella di Irsina, diversamente da quella di S. Giuliano, non fu una scoperta fortuita, ma programmata, studiata a tavolino, da un gruppo di paleoantropologi, sulla scorta di misurazioni scientifiche che altri studiosi, in altri ambiti, avevano eseguito qualche tempo prima.

Non è escluso che i due team lavorassero per un progetto comune, visto che l’azione del secondo beneficiò dei dati recuperati dal primo, e che, in particolare, riguardavano la datazione dell'esplosione del vulcano Vulture in quel tempo remotissimo.

 

 

 

Irsina? Non solo Mantegna

 

 

Come promotori, insieme con altri, dell’Archeoclub, la scoperta della relazione concernente il ritrovamento del raschiatoio di Irsina, rientrava in quegli obiettivi di massima inerenti alla conoscenza e alla valorizzazione dei beni culturali del paese (per i quali l'associazione svolse un’attività per oltre un decennio, a partire dalla fine degli anni '80, ogni volta documentata dai quotidiani del tempo). L'incontro con quella relazione avvenne in maniera fortuita, per caso. Di quei primi anni ’70 erano note le spedizioni archeologiche su Monte Irsi, di inglesi e canadesi, ma nulla si conosceva di quest’altra missione.

 

Negli anni che seguirono si accarezzò l’idea di un calco e di un evento per il raschiatoio di Irsina, che avrebbe avuto degna conclusione nell’emissione, con annullo postale, di un francobollo celebrativo in funzione di stimolo e propaganda poiché tale scoperta, sconosciuta a molti, era vissuta dalle poche centinaia di addetti, come fatto scientifico piuttosto che geografico. Di quel progetto non se ne fece nulla ( l’associazione non aveva fondi e, al contrario, i soci pagavano una quota associativa annuale alla sede centrale di Roma). Come azione divulgativa furono riportate le sue misure in Almanacco Irsinese 2000 e, altre notizie generiche erano state date nel Il Giro di Monte Piloso e su Insieme agli inizi degli anni ‘90.

 

Poiché sento dire che esso si trova al Museo Ridola, ed essendo il restauratore di quell’Istituto (attività che mi ha permesso di  incontrare  quella relazione), mi è parsa questa l’occasione di argomentare intorno a quella scoperta anche con l'intento di una migliore conoscenza del raschiatoio di Irsina da parte delle massime istituzioni politiche e di promozione culturale ( la Pro Loco, come coordinatrice del lavoro delle altre associazioni ?) del paese, ai fini di una sua maggiore identificabilità.

Va subito detto che lo strumento non c’è nel museo Ridola dove non vi è mai stato, neanche episodicamente. Nella relazione di cui si accennava, non è riportato il luogo del deposito.

Il suo ritrovamento parte da lontano e lentamente cercherò di descriverne le fasi.

 

 

 

Un boato

 

 

Se accadde di notte, pomeriggio o mattina, gli strumenti non lo rilevarono, né era questa la domanda che si posero i rilevatori. Essi volevano misurare l’età dell'eruzione del vulcano Vulture e con essa le altre, di altre epoche, fino a intercettare l’esplosione che determinò la formazione delle due bocche che oggi ospitano una gran quantità di acque e che insieme costituiscono i laghetti di Monticchio. Una località amena adesso.

La prima eruzione (quella che ci interessa) era stata così violenta che materiali di varia natura furono gettati tutt’intorno. Molto materiale fu scagliato a qualche decina di chilometri e altro, raggiunse i 40 chilometri di distanza. Era prevalentemente materiale costituito da ossidi di ferro mischiato a terra e lapilli. La massima distanza raggiunta si ebbe verso Sud- Est. Dovunque giunse la materia eruttata, si spense ogni forma di vita animale e vegetale. Lo studio di quell’equipe era volto a stabilire la data dell’evento che modificò il paesaggio ovunque si depose il materiale eruttato. Gli strumenti indicarono, per difetto, una datazione di 850.000 anni. Siamo durante la glaciazione di Gunz, l’uomo del genere Erectus si copre di pelli, vive nei ripari e gli animali presenti hanno tutti dei corpi con folta pelliccia.

 

 

 

Il raschiatoio

 

 

I lapilli andarono a Sud- Est. Furono proiettati nella direzione dove oggi si chiude, geologicamente, il cosiddetto bacino di Venosa. La montagna che ricevette quello scarico di lapilli e materiale ricco di ossidi ferrosi, si chiama attualmente Irsina. In alcuni punti del paese la coltre di lapilli e terra rossa sfiora anche i 50 m. di altezza: la cosiddetta puddinga di Irsina.  Lo scarico non raggiunse le alture intorno a questa montagna. Non ci sono, infatti, strati di puddinga a Monte Irsi, a Verrutoli, a Monte S. Angelo ecc. e ciò è importante per un’inevitabile considerazione sul toponimo della montagna.

Il coordinatore di tutta l’Equipe, che aveva progettato l’indagine del rinvenimento, ringraziò ( immaginiamo..) i collaboratori che avevano ottimamente svolto il compito delle misurazioni ( metodo K/Ar) e si mise a capo della seconda spedizione. La nuova equipe stabilì l’area di studio tra Costa del Forgione e Serra Framarino, sopra il Basentello, in agro di Irsina. Accadde che nelle ghiaie di Costa del Forgione (m.407 s.l.m.) 5 Km. a N.E. del paese: <... A costa del Forgione, dalle sottostanti ghiaie prive di prodotti vulcanici proviene una  scheggia di selce con tallone liscio inclinato, di tecnica clactoniana, su distacco, con i negativi di due distacchi sulla faccia dorsale e ritocco denticolato. (misure: L. = mm.53; l. = mm.31; sp. = mm.18).

 La giacitura, sicuramente nelle ghiaie basali prive di elementi vulcanici e a questi sottostanti, depone per una considerevole antichità…  Saremmo quindi in presenza del più antico indizio di industria litica nel Pleistocene inferiore dell’Italia Meridionale, probabilmente Gunz e cioè Villafranchiano finale.>    

 

 

 

 

 

                            

 

 

La cautela dello scienziato è notevole e ammirabile. In Italia un reperto con quell’antichità non si era mai trovato. Perché quella cautela? Poiché il metodo di rilevazione utilizzato, il K/Ar era di recente applicazione, per aversi una complessiva sistemazione cronologica dell’antichità dei ritrovamenti italiani, sarebbe stato necessario  applicare il nuovo metodo K/Ar ai vecchi ritrovamenti datati con il precedente metodo. Il ritrovamento di Irsina confermerebbe come, dal punto di vista geologico, sono proprio al Sud dell'Italia, ed in Basilicata in particolare, le formazioni geologiche più antiche.

Quella datazione ( 850.000 anni) non solo farebbe schizzare il raschiatoio di Irsina in vetta a tutta l’industria litica preistorica italiana, ma la collocherebbe fra le più remote d’Europa, così che la località di Irsina risulterebbe per l'antichità dei manufatti del Paleolitico inferiore europeo, seconda soltanto a Chilhac in Francia, da cui provengono cinque ciottoli scheggiati datati fra 1,5 e 1,8 milioni di anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primato

 

 

In sostanza, senza banalizzare, ma con lo scopo della massima comprensione, la tesi era questa: se l’esplosione era avvenuta in quella data, e gli strumenti avevano indicato 850.000 anni, tutto ciò che vi era sotto quella coltre doveva avere, come minimo, un’età di 850.000 mila anni. Si trattava per l’equipe di mettere le mani su qualche strumento, appartenuto e scheggiato dall’Homo Erectus che si trovasse al di sotto della coltre di puddinga.

Non c’è dato sapere quanto tempo impiegò la squadra a trovare qualcosa. Essi lo trovarono e le indagini si conclusero.

 

Per dovere di informazione gli oggetti trovati, come detto, furono portati via e non toccarono nessun istituto della Basilicata.

 

Gli strumenti dell’indagine scientifica si fanno sempre più sofisticati. Quanto prima, nuovi metodi di indagine sconvolgeranno i dati già acquisiti. E’ un fenomeno normale di evoluzione. Alcuni reperti ritenuti i più antichi in assoluto con il vecchio metodo di datazione (complessivamente più recenti rispetto all’età del nostro raschiatoio, meno che per quelli provenienti da Cà Belvedere di Monte Poggiolo di Forlì), potrebbero, ove fossero sottoposti a riclassificazione con il K/Ar,  andare abbondantemente oltre la soglia di 850.000 anni. Non è detto dunque che il primato del raschiatoio possa rimanere tale e per sempre e non essere superato da una nuova scoperta che lo collochi in una zona d’ombra, come gregario o spalla del nuovo.

 

 

 

La montagna lapillosa

 

 

Una considerazione, che in quella relazione non c’è ma che da essa inevitabilmente discende, riguarda la presenza su questa montagna della coltre di lapilli e terra rossa: la puddinga di Irsina.

 

Al tempo dell’antropizzazione questa montagna, e soltanto questa, era caratterizzata dalla presenza della puddinga, terra rossa mischiata a lapilli. La puddinga non c’è, come abbiamo detto, in nessun altro luogo nei dintorni. La montagna, coperta di puddinga, aveva al cospetto delle altre presenti nell’area, questa sua particolare fisicità. In quei tempi remotissimi il verde, costituito da boscaglie e foreste, era dappertutto: a monte Irsi (c’è ancora oggi), a Verrutoli (dove si vede un esteso bosco), a monte S. Angelo (è discreta attualmente la presenza di macchie di lentisco). Considerato che là dove c’è la roccia di puddinga, come ci è dato vedere, le piante non attecchiscono o sono molto rade, per assurdo tutte le montagne intorno, e tutte le altre di altri posti, potevano essere chiamate montagne pelose, meno che la nostra dove oggi è situato il paese per questa sua particolare fisicità. In genere per l'abbondanza e la diffusione del verde ( l'agricoltura doveva ancora arrivare) bisogna dire che non si sarebbe reso un buon servizio, sia ai residenti sia ai viandanti, chiamare una montagna, Monte peloso o montepeloso, giacché tutte le montagne, da lontano, apparivano montagne pelose. L’accortezza nell’attribuire il nome ad una località era dunque che il nome scelto richiamasse la caratteristica principale del luogo, per meglio essere riconosciuto e raggiunto da quanti venivano da fuori. Così che il nome meno indicato per questa montagna lapillosa, ed anche per le altre, sarebbe stato perciò chiamarla Montepeloso o Monte piloso. E’ più verosimile che, in origine, il nome scelto per questa località sia stato monte lapilloso e che, in epoca storica, con la scrittura, si sia guastato in quello di montepeloso. Gli scrittori e i cartografi che ne sapevano di come gli indigeni, chiamavano il luogo in cui vivevano? A loro, storici cronisti e cartografi, i nomi giungevano come passa parola e la verifica, per quei tempi, era impossibile.

 

 

 

Il calco, prima e oltre

 

 

Detto tutto ciò, come inevitabile deduzione in merito alla presenza della puddinga su questa nostra collina, ci auguriamo che il Sindaco, a cui sono intestate queste considerazioni, possa inserire, tra le molteplici attività necessarie alla pubblica amministrazione, anche l’obiettivo di rendere concreto alla lunga lista dei beni culturali del paese, il raschiatoio di Irsina.

Prima ancora del calco, dell'annullo filatelico celebrativo e di altri eventi di propaganda, converrebbe ospitare il professore o il suo giovane discepolo che portarono a compimento quella spedizione. Solo a partire da ciò si darebbe corso alla legittimazione di paese materno del raschiatoio clactoniano di costa del Forgione.

 

 

 

 

Il raschiatoio fluitato

 

 

A conclusione di questa lettera ricordo che un decennio fa ritornava a Irsina, per una nuova campagna archeologica, il prof. Small che, all’inizio degli anni ’70, giovanissimo, aveva indagato l’area romana di monte Irsi, incaricato per ciò dall'allora Soprintendente Dinu Adamesteanu. I preparativi per il coinvolgimento dei pubblici amministratori con l'equipe archeologica di Small, iniziarono durante l’ultima parte dell’amministrazione Cesano (Small venne a Irsina a tenere una conferenza su Monte Irsi romana), s’interruppero con il periodo prefettizio, ripresero timidamente con l’amministrazione DeMuro e si concretarono con l’amministrazione Gurrado.

Tutti quei contatti erano intrattenuti in forma orale. Ciò diede origine a qualche malinteso  che l'uso di una forma scritta avrebbe evitato.

 

In conclusione dopo aver dato le coordinate sufficienti per ricomporre i tasselli che riguardano la vicenda del raschiatoio di  Irsina, una domanda ci si deve porre: Irsina, alla luce delle più recenti conoscenze nel settore, è ancora paese materno, come area di ritrovamento, dello strumento litico più antico della preistoria Italiana e vicario di quella europea? 

La relazione riguardante quella missione che scoprì il raschiatoio di Irsina è contenuta negli Atti, pubblicati qualche anno dopo il ritrovamento. Gli Atti sono a vostra disposizione. La conoscenza approfondita di questo ulteriore patrimonio, spero potrà mettere in moto, intanto, un’adeguata azione di contatto con quei protagonisti, ai fini di una conferma circa l’immutato primato del raschiatoio di Irsina. 

 

                                                            Basile Giuseppe 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

51 Presa di Melfi

 
 

       1861, briganti.        51    presa di melfi

 

 

 

 

 

Il mattino del 10 Aprile del 1861, l’Intendente Decio Lordi uscì a gran galoppo da Porta Venosa, seguito da 60 uomini della Guardia Nazionale, diretto a Rionero.

“Che cosa è andato a fare l’intendente Decio Lordi uscito a gran galoppo da Porta Venosa seguito da 60 uomini della Guardia Nazionale a Rionero?”.

 Era questa la domanda che circolava a Melfi quella mattina del 10 Aprile, subito dopo che era piombata in città la notizia che l’esercito di Carmine Crocco, dopo aver preso Venosa e messa al sacco si stava dirigendo a Lavello. “Anche Venosa!” commentò triste il Sindaco di Melfi - “...cominciò a deprimersi lo spirito pubblico. Perciò che si seppe che i masnadieri avevano ucciso il capitano di Ripacandida” -così si espresse don Vincenzo Mandina, il Sindaco di Melfi davanti al giudice istruttore Inghingoli della Commissione d’Inchiesta, quando fu interrogato come persona informata dei fatti.

Il giorno 12 in Melfi iniziarono i tumulti. Una massa di gente, con in testa Salvatore Lopinto armato di schioppo, inneggianti a Francesco II e sventolando bandiere e drappi bianchi correvano per tutte le strade della città. Dalla casa degli Aquilecchia altri, armati di roncole, falci e forche, si gettarono per le strade in preda alla rivolta. Tutti poi si portarono al Posto di Guardia Nazionale dove si mise il disordine e si sradicò anche la porta della Casa comunale, arrecando scompigli e rovine. Così fu fatto alla casa del Delegato di Pubblica Sicurezza e, in tutti quei luoghi, le carte furono date al fuoco. Le carte!  Le carte contenevano la memoria dei debiti, i falsi diritti, le usurpazioni legittimate, l’usura impunita, i titoli illeciti. Prima ancora degli uomini erano esse oggetto di distruzione e d’accanimento e perciò erano bruciate! Nessuna insorgenza dimenticò di distruggerle e così si fece durante quei tumulti. Accadde la stessa cosa negli altri paesi in rivolta. Per una settimana, a far capo da Lunedì 15 Aprile, Melfi, capoluogo di circondario, divenne il quartier generale di Crocco. Era andato lo stesso don Luigi Aquilecchia, galantuomo di più sciammerghe, il pomeriggio del 15, con due calessi e con una coorte di galantuomini, di prima e di mezza sciammerga, tutti di fede borbonica, all’incontro del Generale. Crocco era diretto a Lavello e, invece, fu ammuinato a recarsi per prima in Melfi.

Le campane suonavano a stormo. A Melfi furono depredate le case dei ricchi piemontesisti, sequestrati i loro vettovagliamenti, distribuito i denari a tutti e furono incendiati gli archivi. Con le scuri furono scardinate le porte delle prigioni, distrutti gli emblemi dei savoiardi e sostituiti con quelli di Franceschiello e del PapaRe. Al Sindaco don Vincenzo Mandina fu strappato il simbolo e calpestato. Crocco Donatelli prese possesso del palazzo degli Aquilecchia e lo stesso don Luigi riparò, con tutti i membri della sua famiglia all’interno del Castello. La gente correva per le strade e i loro occhi erano pieni di livore. Nel palazzo che ospitava il Generale era tutto un andirivieni. C'era gente che conveniva a rendere omaggi, di altri con propositi da consiglieri, di dispacci e segnalazioni, missive e convocazioni, rivendicazioni e un via vai di cenciosi e di galantuomini, di preti e donne, d’umili e saccenti. I corridoi erano invasi di profumi e odori di carni, e di …spari e di luminarie. Era il delirio del trionfo. Quella tempesta di gente partita da Lagopesole, mischiata agli abitanti della città, stava riscotendo una parte di grazia che non sembrava potesse appartenergli e che ora toccava con mano! “ Viva Carminuccio” “ Evviva Franceschiello”A morte i liberali ” “ Viva il PapaRe”.  Furono eletti i nuovi membri della Guardia urbana, il cui comando fu affidato a don Vincenzo Aquilecchia, sottocapo don Alfonso Colabella, sindaco fu nominato don Vincenzo Araneo, commissario di Polizia fu incaricato don Antonio Mele e infine sottintendente fu nominato don Carlo Colabella. Verso l’imbrunire, i maggiorenti, con Crocco Donatelli ed il resto della popolazione si recarono al Duomo. Qui fu officiata dal Vescovo in persona la messa, recitato il Te Deum, tenuta una predica e fatta una processione di ringraziamento per il ricostituito ritorno di Franceschiello.

Don Tommasino Pedio stava scrivendo: <Intorno ad una speranza e ad una illusione che concretizza tutte le loro aspirazioni, i paria si cercano e si uniscono non con il diretto scopo di delinquere, ma soltanto per protestare, per ribellarsi al potere costituito, animati dalla illusione di migliorare, in tal modo, le condizioni di vita cui sono costretti, di sfuggire alla miseria, al servaggio, alla prepotenza, al sopruso, di salvare la propria esistenza e di vendicare i torti subiti che la giustizia dello Stato lascia impuniti.>105. Consumavano i falò nella piazza antistante il Duomo e le prime luci dell’alba schiarivano la cima del Vulture. Stava sopragiungendo un altro giorno.

 

51, presa di Melfi13,46

50 Crocco nel bosco

 

             50   crocco nel bosco

 

 

 

 

 

Non erano trascorsi molti anni dall’inizio dell’800 che il Regno fu attraversato da fenomeni strani. Il 1816 fu definito un anno senza estate: cinque interminabili mesi di continue piogge e la neve che coprì i raccolti ed impedì la semina successiva.  Quelle intemperanze climatiche avevano esaurito le forze alle cose e alle persone. Il melfese aveva un territorio per buona parte boschivo ed altro non idoneo alla coltivazione perché montuoso, roccioso o impaludato. Ciò restringeva la superficie coltivabile e comportava un maggiore apprezzamento dei terreni e dei prodotti. Le risorse non erano sufficienti a soddisfare, in molti casi, i livelli di sussistenza e ciò riguardava la maggioranza della popolazione. Nell’Aprile del 1861 si andava profilando un’altra stagione siccitosa.

“ O provvedi a quelle creature o ti darò da fare!”, minacciò così il soldato Crocco Carmine al Re Francesco II a Gaeta, mentre questi passava in rassegna l’esercito. Carmine Crocco Donatelli gli aveva mandato due suppliche scritte, in cui chiedeva del sostegno per i suoi numerosi fratelli e sorelle, orfani, per la morte della madre avvenuta nel manicomio d’Aversa e per la detenzione del padre reo, non confesso, di omicidio. Quelle suppliche non avevano mai ricevuto una risposta. Il Re, indignato per l’arroganza e l’impertinenza del soldato, ordinò che fosse messo ai ferri e buttato in carcere. E così fu fatto! Carmine Donatelli, che teneva contatti con tutti i livelli dei graduati, evase dalla prigione dopo quattro ore di carcere dicendo: “Franceschiello ha chiuso con me! Non mi rimane che darti da fare!.

Nella boscaglia di Lagopesole, quel mattino del 7 Aprile 1861, giunsero 43 bande. C’erano quelli di Vincenzo D’Amato, di Ninco Nanco, di Masini, di Michele De Biase e Michele Larotonda, di Coppa, Schiavone, Sacchitiello, di Marciano, Caruso, di Giuseppe Petrella e Michele Schirò, di Pizzichicchio, Vito La Bella, Caporal Teodoro e Ingiongiolo.

Carmine Crocco Donatelli fu eletto capo di tutte le bande e Generale dell’esercito legittimista. “Viva Francesco II” “ Abbasso i piemontesisti” “Evviva Carminuccio” “ Viva il PapaRe” “ Abbasso Vittorio” “Evviva Caribaldo” Il proposito era di muovere alla conquista di Melfi…e poi, attraverso Rionero ed Atella, passato Avigliano, conquistare Potenza e instaurare il governo del popolo, quello di Franceschiello. Ciò era sulla bocca di tutti. Si diceva anche che battersi contro gli invasori avrebbe significato conquistarsi una porzione di dignità che su quelle terre non s’era mai vista e diventare soggetti politici, come diceva don Tommasino Pedio. <Le vittorie di questi primi giorni se avevano allarmato, non a torto, i signori, avevano per altro affezionato alla mia causa migliaia di contadini, così che correvano a me da ogni dove a stuolo armati per mettersi ai miei ordini>104. Tra gli stendardi bianchi con cinque nastri azzurri, sventolavano le immaginette della Madonna del Carmine, di San Vito, di San Rocco, di Sant’Antonio e della Madonna Nera del Sacro Monte di Viggiano.

 Viva Francesco II” “ Abbasso i piemontesisti” “Evviva Carminuccio” “ Viva il PapaRe” “ Abbasso Vittorio”    “Evviva Caribaldo” si sentiva urlare tra spari e fragori di schioppi e tromboni. In lontananza si sentivano i rintocchi del mezzogiorno dai campanili dei paesi intorno. Nel cielo volavano in alto turbinando i falchi, le poiane e i nibbi, tra nuvole nere che annunciavano la tempesta.

    50, crocco nel bosco nuovo13,46

49, frane e malaria

 
 

       1861, briganti.       49   frane e malaria

 

 

 

 

 

Il fenomeno franoso in Basilicata è legato all’erosione della superficie del terreno da parte delle acque meteoriche. <L’erosione superficiale non contrastata degenera quasi sempre in erosione lineare e incanalata, sino alla sua manifestazione più grave ch’e l’erosione torrentizia. L’erosione incanalata assume molto spesso il ruolo di concausa nella fenomenologia franosa. Terreni imbibiti d’acqua, infatti, predisposti al franamento a motivo della diminuzione di coesione e di attrito interno, possono perdere del tutto il loro equilibrio e franare verso valle>1. Così argomenta Salvatore Puglisi che suddivide il territorio di questa regione in 13 unità geotecniche, tutte molto vulnerabili all’erosione fatta eccezione per le poche parti costitutivamente stabili. La sua ripetitività è dovuta all’incidenza dell’idrografia dei cinque fiumi lucani, dalla pluviometria e dalla contrazione della superficie boscata perpetrata nel tempo. <In Basilicata la foresta si era conservata fino alla metà del ‘700 su una superficie almeno doppia di quella attuale e ricca di provvigione… Ma il più grande disboscamento avvenne dal 1840 al 1860 con la quotizzazione dei demani comunale e dal 1861 al 1870 con la liquidazione dell’asse ecclesiastico e, con l’infierire del brigantaggio, anche per ragioni di pubblica sicurezza>2. Il tema dell’abbattimento brutale della boscaglia fu già argomentato da F.S. Nitti che, nella tornata parlamentare del 28 giugno 1908, affermava che i disboscamenti in Basilicata, dopo il 1860,  ascendevano ad oltre 200.000 ettari. Spesso le aree di quei disboscamenti coincidevano con aree geologicamente deboli, per cui si ebbero fenomeni dannosi sia per l’uomo che per il territorio. Nell’intervallo di tempo tra il 1918 e il 1994, si verificarono sul territorio lucano 12.215 frane, di cui il 60% nel materano con Garaguso e Gorgoglione che risultarono i centri più colpiti. Storicamente i casi più noti riguardarono Pisticci dove, nel 1600, franò a valle il rione Terravecchia e si ebbero 400 persone morte. Nel 1731 Trecchina nel potentino, vide franare la parte del paese che dava sulla valle e nel 1885 Campomaggiore franò interamente e i suoi abitanti trovarono rifugio nei paesi vicini e il paese fu poi ricostruito in un’altra zona. Nel 1964 con Decreto del Presidente della Repubblica anche Craco, da questa parte del materano, fu evacuata interamente e ricostruita a valle in due borghi: Craco-Peschiera e Craco-Sant’Angelo a causa di uno smottamento con un fronte ampio. Nel 1986, durante la notte, morirono otto persone a Senise per cedimento di un’intera collina e Montemurro nel potentino, per motivi di smottamenti continui, è da tempo inserito in un elenco di centri da trasferirsi. La natura prevalentemente argillosa del terreno, l’impermeabilità degli stessi all’assorbimento delle acque, costituiva l’ambiente ideale alla presenza di vaste zone impaludate. Lo Stato era spesso latitante di fronte a quel fenomeno e i proprietari non facevano di meglio. Nei primi anni dell’Ottocento sulla fascia costiera, lungo le valli fluviali, Montalbano, Bernalda, Calvello e Senise, avevano vaste estensioni di terre sommerse dalle acque. 550 tomoli complessivamente avevano impaludati Pignola, Acerenza e Oliveto. Punte maggiori erano a Lavello e Montepeloso, rispettivamente con 1000 e 2000 tomoli di terra, coperte dalle acque e impraticabili, per le inondazioni continue dell’Ofanto e del Bradano. Pisticci e Montescaglioso denunciavano un quadro ancora più grave: il primo aveva invaso dalle acque stagne 7000 tomoli e l’altro 5000. <Nell’insieme, registriamo 22.777 tt …di terre sommerse>3  e si trattava di dati relativi a soli 84 municipi. Le paludi, perché di questo si trattava, erano la nicchia dove si sviluppava la malaria. L’infezione all’uomo era trasmessa dalla puntura della zanzara che uccideva tanti residenti, ricchi e indigenti, foresi e artigiani, giovani e anziani, più dei terremoti, più delle frane, più di qualunque altro flagello, peste e vaiolo compresi. <Questo immane flagello si riflette nella sua portanza non solo sull’andamento demografico e sullo stato fisico delle popolazioni, ma sugli stessi cardini di strutturazione socio-produttiva. Certo il latifondo ha origini storiche e spiegazioni naturali, ma ha trovato nell’imperversare della malaria un’ulteriore forza coesiva che ha concorso a renderlo pressoché invulnerabile a qualsiasi spinta novativa>4. Per chi era punto dalla zanzara anofele, infettata per aver punto a sua volta un soggetto portatore e quindi essa stessa veicolo della trasmissione del contagio, l’infezione si presentava in tre forme: febbre terzana lieve, in cui la febbre si presentava a giorni alternati, febbre quartana in cui la febbre compariva ogni tre giorni e febbre terzana maligna che era quella fatale e per la quale non v’erano medicamenti adeguati. Le prime due forme erano guaribili facendo assumere all’ammalato il Chinino. Questa infezione era un flagello antico, tutta l’Italia ne era colpita e di malaria morì papa Sisto V nel 1590. Tra il 1899 e il 1902, mediamente l’incidenza della mortalità a causa della malaria o Cachessia palustre era per l’Italia del 39%. Nello stesso periodo preso in esame, i dati riguardanti la Basilicata erano fuori dalla norma poichè si attestavano al 166%. Le prime opere sistematiche di bonifiche palustri, si ebbero a partire dal 1921 con la costituzione di un sottosegretariato per la bonifica integrale, all’interno del Ministero dell’Agricoltura. Tali provvedimenti di bonifica miravano a risolvere il problema su diversi fronti: con la cura degli argini fluviali, con la predisposizione di canali di scolo, specie nei terreni argillosi, impermeabili all’assorbimento delle acque e con la piantumazione di alberi ad alta assorbenza di acqua come gli eucaliptus. Sul versante umano altre condizioni favorevoli al contagio erano rappresentate dalla grave situazione igienica per la mancanza di reti fognanti, rete idrica, la comunanza quotidiana con gli animali, e poi, difetto non meno grave per l’uomo, era la sua alimentazione povera, in cui la presenza della carne era un evento raro, se non grave, specie quando questa proveniva da animali morti. Ci vollero degli anni ma alla fine le condizioni di ospitalità dell’insetto furono eliminate. In Italia, la Basilicata fu l’ultima regione, insieme alla Sardegna, ad essere liberata da quest’ antico flagello, le cui prime notizie risalivano al V sec. a.C. con la descrizione che ne aveva fatto Ippocrate. Alla fine della seconda guerra mondiale il fenomeno malaria potrà considerarsi definitivamente debellato: al Chinino di Stato sarà affiancato il famoso D.D.T. portato dagli americani. L’incidenza del ritardo accumulato dalla regione è, per alcuni ricercatori, in massima parte attribuibile a tale fenomeno: <Il mancato sviluppo economico, sociale e sanitario della Basilicata è stato una conseguenza della malaria o un effetto di questa terribile malattia?> 5.  

48, borjès

 
 

        1861, briganti.              48         borjés

 

 

 

 

 

Il 14 agosto del 1861, l’esercito, sostenuto dalle milizie civiche, giunte dai paesi, si mosse per dare lo smacco finale a Crocco e ai suoi assassini, asserragliati in Ruvo del Monte. Crocco aveva predisposto delle trincee per meglio contenere l’impatto. Per ben tre volte i soldati e le Guardie Nazionali tentarono l’assalto, ed ogni volta furono respinti e contrattaccati e infine, costretti a ritirarsi quando il generale scagliò la sua cavalleria sui lati degli assalitori. I rivoltosi, non solo i capi, erano ex soldati dell’esercito borbonico o ex garibaldini che avevano partecipato e combattuto in molte campagne, l’ultima delle quali al Volturno, tra borboni e garibaldini. In quella battaglia Crocco e Ninco Nanco portavano la camicia rossa. Essi erano esperti di tattiche e azioni militari e, soprattutto, erano spinti dalla consapevolezza che ogni scontro poteva essere quello della vittoria. Quel giorno a Ruvo del Monte, tutti seguirono le indicazioni dei loro comandanti e il nemico le buscò di santa ragione. La sconfitta subita a Ruvo, in quel primo scontro con i rivoltosi, suscitò preoccupazioni e ilarità nell’opinione pubblica nazionale. Dall’altra parte, la stessa notte, nei boschi di Monticchio e di Lagopesole i briganti festeggiarono la grande impresa: furono mangiati 1000 polli e 200 pecore e la notizia si sparse dappertutto, corse di bocca in bocca, sussurrata o gridata. A quel satollamento sembrava che vi stessero partecipando tutti gli abitanti del Vulture e dei paesi in cui la notizia giunse, e il banchetto durò mesi, tanto ci mise la notizia ad arrivare all’ultimo abitante della Basilicata. Essa portò una generale contentezza. Il Generale Donatelli sapeva che quella vittoria portava sollievo ai suoi soldati, ma ben altro sarebbe occorso per la definitiva vittoria. Si attendevano quanto promesso da Francesco II: munizioni, soldati, denaro e cannoni che tardavano ad arrivare. Dopo le occupazioni di aprile in cui furono ripristinati nei municipi i simboli del borbone, i cannoni dell’esercito nazionale ristabilirono, paese per paese, le autorità e i Sindaci liberali. I proclamati governi borbonici insediati da Crocco ebbero così vita effimera. Il Re Franceschiello fuggito a Roma sotto l’ala protettrice del Papa, si era guardato bene dal legittimare i municipi conquistati dagli insorti, dal momento che non disponeva più di un esercito. A difendere la legittimità di Franceschiello sul terreno dello scontro, vi erano la nobiltà agraria, la struttura ecclesiastica e i contadini. Un nuovo impulso patriottico a pro di Franceschiello fu la venuta in Basilicata del cabecilla1 spagnolo don Josè Borjés verso la fine di Ottobre di quell’anno 1861. Il 3 novembre iniziarono le operazioni per ristabilire la legittimità della casa borbonica su quelle terre. L’esercito, guidato da Crocco e Borjés, conquistò Trivigno e poi Calciano. Nei giorni seguenti furono occupati Garaguso e Salandra e poi Aliano e Craco. In ogni paese i rivoltosi furono accolti dalla folla festante che inneggiava a quei liberatori. Le speranze dei legittimisti si gonfiarono e i lividi comparvero sulle facce dei liberali,usurpatori di terre e traditori della Patria”. Quelle giornate si raccontarono con passione e fervori. Fu presa poi Accettura, Grassano, Vaglio e… si bruciava e si saccheggiavano le case dei piemontesisti e si giunse a Pietragalla. Il 18 novembre, dopo aver aggirato Acerenza, l’esercito di Crocco e Borjés giunse nel bosco di Avigliano. La furia demolitrice di quell’orda ubriaca di libertà, così com’era giunta improvvisa, si arrestò di colpo: la collina di Avigliano brulicava di gente armata di vessilli tricolori ed era chiassosa e festante anch’essa! La loro sconfitta fu subito evidente. Crocco e Borjés non tentarono neanche l’attacco. La gente, il popolo, non era più con loro! Borjés e Crocco intesero la lezione e separarono le loro strade: il loro esercito era troppo piccolo per un’idea troppo grande e - “le roncole nulla potevano contro i cannoni dello Stato Italiano” - si disse. Dov'erano le nazioni per le quali combattevano? Il trono e l’altare furono latitanti ad Avigliano. Crocco si disperse nei boschi con i suoi più fedeli e molti altri tornarono ai loro focolari. L’inverno di quell’anno stava arrivando e stava nascendo un altro brigantaggio. Le bande dopo Avigliano sciolsero l’impegno politico e si diedero, ognuna per proprio conto, ad azioni di rapine e di guerriglia, a pro di sopravvivenza:

 

Chi arrobba a Comune, arrobba a nesciune. 2

 

[ Chi ruba al comune ruba a nessuno. ]

 

Questo nuovo brigantaggio era incarognito perché aveva addosso il tradimento di Franceschiello e quello dei galantuomini, ora diventati liberali e unitari. Esso s’inserisce nella peggiore tradizione del brigantaggio delle province napoletane ed è la continuità del brigantaggio di fra Diavolo, di Mammone, di Rodio3 fatto di efferatezze, abusi, brutalità gratuite, atrocità disumane che saranno propagandate dalle forze di occupazione  e diffuse dai giornali del Nord per confondere l’altro, il brigantaggio politico. Borjés non riuscì a ripetere l’impresa del cardinale Ruffo, perché da queste parti -  fu scritto -  il fascino della zimarra4 era superiore a quello della divisa.

Il cabecilla cercava di guadagnare le terre dello Stato Pontificio, ed era ormai a meno di cinque ore di marcia dalla meta. Nel suo diario continuava a scrivere che un nemico lo tallonava da presso e mai lo lasciava. Un nemico spietato: la neve! Avevano da poco passato Tagliacozzo ed ora si trovavano nelle terre della Scurgola. Era dicembre e la marcia aveva momenti di forzata pausa. Nella notte del sette trovarono scampo nella masseria la Lupa dei Mastridd, dove mangiarono un pasto frugale, governarono i cavalli e li tennero nascosti. Non si poteva accendere il fuoco e ognuno di loro si avvolse nel pastrano e nei propri pensieri. La rivolta era fallita, i contadini si erano comportati come avevano fatto con Pisacane, con ostilità e fastidio e chiunque fosse giunto da quelle parti, sarebbe stato trattato come straniero, sempre che non si fosse chiamato Giuseppe Garibaldi. Il Maggiore Franchini, comandante del battaglione bersaglieri di Tagliacozzo aveva avuto notizia della presenza nella zona di quel drappello. Si menò per la campagna nella direzione indicata. Impronte d’unghie di cavalli e pedate d’uomini furono avvistate dopo molti giri. La direzione verso cui erano rivolte corrispondeva alle informazioni ricevute.  Alla masseria la Lupa che pareva abbandonata, i suoi uomini stavano passandovi oltre quando all’improvviso da lì giunse un colpo di schioppetta che li fece precipitare indietro. Il Maggiore dispose in cerchio i suoi uomini e poi annunciò a quelli: “..deponete le armi e venite fuori con le braccia in alto!..non vi sarà fatto alcun male.”  e minacciò poi di dare fuoco alla costruzione.

Era stato un grave errore quella fucilata. La tensione accumulata aveva raggiunto livelli insopportabili per quel manipolo di fuggiviti, prima sconfitto e ora braccato. La loro missione non aveva sortito gli effetti che speravano a Roma e a Napoli. I riflessi non più lucidi e il panico che assale le prede, avevano compromesso il loro obiettivo minimo: portare la pelle a casa.

Ci fu un silenzio inquietante dopo la minaccia del Maggiore e persino i passeri interruppero i loro balzi. Passarono ancora alcuni minuti e improvvisamente una gragnola di colpi partì dal casamento: era la loro risposta!. Il Maggiore senz’altro indugio ordinò di aprire il fuoco e di lanciare le torce di pece, facendo concentrare un fuoco di protezione ai lanciatori. Dalla casa si tentò un diversivo. Fecero uscire i cavalli e i muli che avanzando disordinatamente guastarono le posizioni dei militari. Al seguito delle bestie si avventurarono due di quegli sventurati che, nella neve alta, si trovarono all’improvviso senza protezione e facili bersagli. Essi non fecero che pochi passi e caddero trafitti dalle palle dei fucilieri. I soldati aumentarono l’intensità del fuoco per impedire altre sortite. Subito dopo due bastoni con stracci bianchi appesi furono esposti alle finestre del casamento. I guerriglieri spagnoli avevano terminato la loro disperata guerra. Con le mani e i piedi ai ceppi, Borjés tentò di complimentarsi con il Maggiore per come aveva condotto l’attacco ma non ne ricevette risposta.

Essi furono processati come briganti e fucilati, tre giorni dopo a Tagliacozzo. 

47, la terra

 
 

        1861, briganti.                47     la terra

 

 

 

 

 

La lotta per la terra veniva da lontano. Con la prammatica del 23 Febbraio 1792, Ferdinando IV stabiliva il censimento di tutte le terre demaniali del Regno, da potersi dare in enfiteusi, in altre parole in fitto. Per i successivi 20 anni i contadini, da salariati sarebbero stati elevati al grado di coltivatori diretti. In quella prammatica si stabiliva per le terre feudali, adibite ad usi civici, che fossero ripartiti in quattro parti di cui una data in proprietà1  al barone e le altre tre al Comune che le avrebbe date in enfiteusi. Il progetto non ebbe però applicazione per la protesta dei baroni. In una lettera Ministeriale del 29 Gennaio 1812, il Ministro Zurlo cercava di sventare i tentativi miranti a far riassegnare a famiglie benestanti i lotti incoltivati. Così comunicava ai Comuni del Regno: “...quelle quote abbandonate come tutti i demani, debbonsi considerare come un deposito per coloro che nulla posseggono, ed ai quali lo Stato offre i mezzi di divenire proprietari e cittadini attaccati al loro paese per la porzione di suolo che vi posseggono”. Lo Stato napoletano provvide alla creazione dei Monti Frumentari, quali istituti di credito, paese per paese, per il sostegno agli assegnatari in difficoltà. In realtà, l’efficacia di sostegno all’agricoltura ed ai nuovi assegnatari così bene progettata dal Governo di Napoli, in periferia non ebbe modo di funzionare. Sin da subito i Monti frumentari ebbero a chiudersi di modo che, per le necessità incombenti i coloni dovettero rivolgersi all’usura praticata dai benestanti, piuttosto che a quella dei Monti. Ciò che era progettato nella capitale era immancabilmente disatteso nei municipi e molti di quei quotisti, di conseguenza, dovettero abbandonare l’avventura e le speranze sostenute dal Governo. L’usura aveva stroncato i propositi di un governo che si era convertito alle domande dei più umili. Nel secolo del brigantaggio post-unitario, la protesta contadina e non solo per la terra ebbe inizio sin dal 1821. In Le fonti della Storia di R. Giuralongo si apprende di moti e tumulti a Brienza, Muro Lucano e Ripacandida proprio in quell’anno. L’anno seguente per i medesimi problemi, si ebbero manifestazioni di protesta a Ruoti, Avigliano, Rionero e Palazzo S.Gervasio e nel 1823 per occupazione di terre demaniali sei persone furono denunciate a Saponara (Grumento) ed altre furono denunciate a Pescopagano, Oppido e Cancellara. Nel 1824 tumulti e incendi di boschi del demanio si ebbero a Forenza, Pescopagano, Atella, Bella, Pomarico, Miglionico, Rapolla, San Fele, Palazzo, Venosa, mentre nel 1826 a Melfi e Forenza furono denunciate persone per pascolo e taglio abusivo su terre del demanio. Nel successivo anno a Palazzo S. Gervasio 71 persone furono denunciate per dissodamento, taglio e incendio di beni demaniali e nel 1828 altre occupazioni al demanio di Melfi e Pietragalla e in seguito, nel 1830, a Melfi e Rapolla si ebbero tumulti e invasione dei demani. Nel 1832 a Banzi, Montemilone, Palazzo, Pignola, Ruoti, Ruvo del Monte si ebbero incendi ed occupazioni al demanio e ancora nel 1833 a Pescopagano 83 persone furono denunciate per assalto a terre del demanio.  Nell’opera di Giuralongo sono elencati altri simili episodi fino alla grande rivolta del 1848. In quell’anno nei municipi di Bella, Brindisi di Montagna, Campomaggiore, Cancellara, Castelmezzano, Forenza, Laurenzana, Lauria, Maschito, Palazzo, Pietrapertosa, Rionero, Ripacandida, Ruvo del Monte, San Fele, San Mauro Forte, Santarcangelo, Stigliano, Tolve, Tricarico e Venosa, si verificarono tumulti antiborbonici con assalti ai beni del demanio. L’anno dopo a Cancellara varie denunce furono fatte a carico di cittadini per propaganda repubblicana e nel 1859 a Venosa si rasentò la strage e fu fatto saccheggio. Nel 1860 a Potenza e Marsico furono incendiati i boschi del demanio e le proteste continuarono in tutti i paesi della Basilicata sino alla fine del secolo. Durante questa ultima parte dell’ottocento nacquero le prime organizzazioni sindacali e politiche. Una sezione del Partito Socialista fu aperta ad Irsina dall’avvocato gravinese Canio Musacchio. Ad Irsina erano maturi i tempi per la formazione di una coscienza di classe, infatti: < Nel 1898, il 1° maggio, un tumulto spontaneo, causato dalla fame, scoppiò in Irsina. Una massa enorme di persone, uomini, donne e fanciulli, inscenò una manifestazione tumultuosa di protesta per le vie dell’abitato….con soste, grida e imprecazioni all’indirizzo dei “padroni” e delle autorità…..Il solo, però, ad essere arrestato, fu il 3 Maggio in Gravina, il solito Canio Musacchio, ritenuto responsabile e istigatore.>2. Era il terzo anno che in quel paese si festeggiava il 1° Maggio, la festa dei lavoratori. Durante il ventennio del regime fascista, manifestazioni per la terra non ce ne furono ma si ebbero invece le aggressioni fasciste alle sezioni del partito socialista, anche con gravi episodi. Dopo la fine della seconda guerra mondiale ripresero le manifestazioni di rivendicazioni per la terra: <Tra la fine del 1945 e il 1948, ci furono ad Irsina, complessivamente 437 manifestazioni di occupazioni di terre, 229 nella zona a Nord dell’abitato, in terre di proprietà privata, nelle contrade di Taccone, San Giovanni, Notargiacomo; 208 ad est dell’abitato, nella zona della casa cantoniera, sulla rotabile per Gravina.>3. La questione agraria, ricca dei dibattiti politici provenienti da diverse scuole di pensiero era ormai matura per trovare una soluzione che soddisfacesse conservatori e progressisti. Il motto “ la terra a chi la lavora” era prossimo alla sua realizzazione ma perché tutti fossero concordi nel realizzarla sarebbero stati necessari i morti di Avola e di Montescaglioso. Nel 1949 i contadini lucani invasero i feudi, ararono le terre incolte dove crescevano il cardo, la gramigna e gli sterpeti. Li seminarono e l’anno dopo avrebbero raccolto il grano e con esso ricavato la farina e avuto il pane in quantità sufficiente per sfamarsi. In fermento erano anche i contadini della Sicilia, della Sardegna, della Calabria, del Molise, della Puglia. Il Governo, ormai alle strette, emanò la legge stralcio di Riforma Agraria nel 1950. A nulla era valso l’impiego delle camionette della polizia per reprimere quei moti, se non ad allargare il fronte della protesta. Di quella Riforma, il territorio della regione che maggiormente trasse giovamento fu il Metapontino che si trasformò da zona malarica a fertile pianura, così come la zona del Lavellese.

Dove invece la Riforma non avrebbe portato sostanziali modifiche fu nell’interno della regione, dove i pochi terreni utili alla coltivazione continuarono ad essere trattati alla maniera estensiva privilegiando la coltura del grano.

Rocco Scotellaro, nei primi anni ‘50 scriveva: <La riforma agraria è stata realizzata senza una chiara visione di politica agraria. Di conseguenza la situazione dei contadini meridionali non ne sarà mutata: la rottura del latifondo sarà tutt’ altro che definitiva; i contadini, chiamati per la prima volta alla responsabilità di imprenditori, saranno costretti a cedere in conseguenza sia dell’indebitamento, sia della mediocre bontà dei terreni 1861, assegnati, sia dalla totale disorganizzazione sociale. D’altra   parte i contadini consapevoli della lotta sostenuta per la riforma, non si organizzeranno mai, se, con una politica di distensione, non si darà loro modo di esercitare il loro diritto politico e rischiano di tornare individualisti, con la conseguenza che la riforma subirà la stessa sorte delle antiche quotizzazioni dei demani. La riforma, ispirata alla contingente situazione sociale, ha i difetti della frettolosità e dell’approssimazione e principalmente quello di creare piccole azienduole nel seno del latifondo, ossia di essere una pazzia economica. Questi difetti non possono che avere disastrose conseguenze, anche se, qua e là, i contadini riscatteranno col loro lavoro a brandelli il latifondo. Così concepita e attuata a scossoni, la riforma non risponde alle richieste dei contadini meridionali, non elimina la disoccupazione, investe anche situazioni per il momento intrattabili e, quel che è peggio, divide anziché unire i contadini, sia perché toglie terra ad alcuni per darla ad altri, sia perché non affronta i problemi di fondo, che son quelli della riforma dei contratti agrari in tutto il Mezzogiorno, della trasformazione delle zone in cui essa non si applica e della organizzazione ed educazione dei contadini, sia, infine, perché non dà nessun aiuto alle numerose categorie dei contadini medi, sui quali poggia buona parte dell’agricoltura meridionale…>4. Molti villaggi rurali costruiti allora sono oggi abbandonati, specie quelli dei paesi interni, lontani dalle grandi arterie di comunicazione. Sono perfettamente visibili in essi la Chiesa con la canonica, le strutture per gli uffici amministrativi, la casa del Capo Azienda, quella della levatrice, la sede dell’Ufficio postale, lo spaccio per gli alimentari, il cinema e il centro o grande piazza intorno alla quale erano messe le officine. In essi non vi è traccia più di un uomo o donna che sia. Si vedono poi tutt’ intorno le case coloniche, ora a grappoli ora isolate e tutte, indistintamente, abbandonate. Le lotte per la rivendicazione della terra in Basilicata, hanno visto immolarsi Giuseppe Novello di Montescaglioso e Rocco Girasole di Venosa, un giovane contadino di ventidue anni, ucciso nel 1956.

46, galantuomini

 
 
 

        1861, briganti.         46      galantuomini

 

 

 

 

 

Le condizioni della Provincia di Basilicata, all’interno del Regno delle Due Sicilie, erano particolarmente gravi e spesso impietose. I tributi esigiti all’inizio del XVIII secolo dalle casse dell’erario erano gli stessi della Provincia di Terra di Lavoro in Puglia, ma mentre in quest’ ultima vivevano quasi 57.000 abitanti, in Basilicata vi erano abitanti per meno della metà: 27.705. Anche con l’Unità la Basilicata non sarà mai opportunamente sollevata dalla sua miseria endemica.  Nell’esercizio 1895-96 i contributi all’erario versati dai lucani ammontavano a L. 12 milioni mentre lo Stato spendeva per la sua civiltà L. 4.821.740 e destinava alle altre regioni queste somme: L. 273 milioni per il Veneto, L. 272 milioni per il Lazio, L. 186 milioni per l’Emilia e L. 157 milioni per la Lombardia1. In quell’esercizio era evidente che per tutte le province, un tempo facenti parte del Regno delle Due Sicilie, non giungevano sufficienti sostegni per i miglioramenti di civilizzazione. Nel loro insieme le 16 province del Regno delle Due Sicilie, nel 1860, facevano affluire alle casse dell’erario L. 110.500.000 mentre, negli anni dell’Unità, pagarono tre volte in più: L. 302.000.0002. La Provincia di Basilicata pagava nel 1778, al tempo di Ferdinando II°, ducati 23.369,84 per le strade, su un totale di ducati 240.924,43 corrisposti da tutte le 16 provincie del Regno, pari al 10,3%, senza che vi fosse almeno una strada in tutto il suo territorio! Con l’Unità d’Italia, leggi al riguardo di strade saranno emanate e rese operative negli anni 1867, 1875 e 1881 ma nessuna strada sarà ancora costruita in tutta la provincia di Basilicata. <Con la legge del 18.7.1878, il Piemonte ebbe L. 5.257.700, la Lombardia L. 4.202.767 e la Basilicata, more solito, L.285.000. Con quella dell’8.7.1888 il rapporto rimase lo stesso. Si fece di peggio con la legge del 15.7.1900 con il quale l’Emilia ebbe L. 5.948.593, la Lombardia L.5.333.470 e la Basilicata L. ZERO.000.000!>.3

 

 

 

Povr’ lu povre! 4

 

[ Povero il povero!]

 

I termini della vessazione c’erano tutti. Non erano finite le angherie per la provincia di Basilicata, come propagandavano i fautori dell’Unità nazionale. La sorte riservava per essa una colossale dimenticanza da parte dei nuovi governanti. Questo alto abuso, all’interno di strutture istituzionali non poteva non riflettersi nei rapporti tra le fasce sociali. Il peso delle classi abbienti, in un quadro storico-istituzionale d’abusi e prevaricazioni, sortiva un’eredità di dominio sopra le fasce più deboli che non consentiva loro nessuna possibilità di miglioramenti. Dalle pagine di Alessandro Bianco di Saint-Jorioz5, militare durante gli anni della repressione del brigantaggio in Basilicata, si evince un sistema sociale impressionante: <…Tutto in questo paese (la Basilicata) favorisce il brigantaggio: la povertà dei coloni agricoli; la rapacità e la protervia dei nobili e dei signori; l’ignoranza turpe in cui è giaciuta questa popolazione; l’influenza deleteria del prete;…la sregolatezza nei costumi; l’immoralità in tutto e in tutti; lo spettacolo schifoso della corruttela negli impiegati, nella magistratura, nei pubblici funzionari…tutti i vizi come tutte le miserie, le violenze e le malvagità si sono scagliate sopra questo popolo infelice…Sicchè non vi è poi tanto da stupire, se le origini del brigantaggio siano antiche e quasi perdute nelle nebbie dei secoli… le idee del governo borbonico che..non vi tagliava strade, non vi costruiva ponti; la mancanza totale di commercio, di vita sociale, di movimento industriale, di comunicazione qualunque intellettuale o materiale…ma qui siamo fra una popolazione che, sebbene in Italia e nata Italiana, sembra appartenere alle tribù primitive dell’Africa, ai Noveri, ai Dinkas ai Malesi di Pulo-Penango…Qui dunque non comuni interessi, non contrattazioni, non scambii, non affetto, non fraterno amore, non mutua stima, ma odio e livore, libidine di potere e di vendetta; qui invidia, qui tutte le più basse e vili passioni…Non solo l’azione dissolvente, immorale e corruttrice del più immorale e scellerato dei governi…Tutti i tribunali d’Europa insieme riuniti non basterebbero a giudicare tutti i delitti ignorati, le angherie, le vessazioni, le prepotenze e le nere ingiustizie commesse su quelle alture dai nobili, dai ricchi, dagli uomini preposti agli impieghi, dalle locali amministrazioni.. Il governo borbonico per sistema non solo lasciava impunite simili infamie e non puniva  gli infedeli e disonesti suoi impiegati, ma li lodava e li promuoveva..innalzando così il vizio e la malafede…L’uomo della campagna è ridotto allo stato d’ilota e di gleba; egli è oppresso dall’usura, male remunerato, non sfamato, stremato di forze, tenuto in servaggio duro, inumanamente malmenato e malversato. In nessun paese al mondo l’agricoltore è tanto povero ed infelice quanto in queste contrade: Egli è macilente, lacero, sudicio, sfinito, triste e muto, e il suo sguardo torvo e fulvo vi dice i suoi rancori ed il suo odio contro i suoi signori o meglio oppressori…>. Nel 1880, il giovanissimo Giustino Fortunato fu eletto al Parlamento Nazionale. Nel 1902 il Governo Italiano, per bocca dell’allora Ministro delle Finanze, On. Paolo Carcano, sosteneva che la Basilicata fosse, invece, la più misera e la più gravata tra le provincie della Nazione. Si erano eseguiti i prelievi per la ricchezza mobile, ma questi erano dei concetti economici del tutto estranei per queste province, dove l’economia, invece, era a livelli arcaici e di mera sussistenza. Il Primo Ministro, On. Zanardelli in persona, l’anno seguente vi si recava. Erano maturati i tempi per una legge speciale sulla Basilicata: era già qualcosa! Le vicende riguardanti la terra, le usurpazioni e gli abusi consumati per il suo possesso, avevano profondamente compromesso i rapporti tra i possidenti e i lavoratori della stessa in tutto il Regno. A più riprese i sovrani avevano tentato una sua equa distribuzione e Ferdinando IV già nel 1792 aveva proposto una bonifica delle liti, sia per le terre demaniali sia per le usurpazioni perpetrate dalla nobiltà che, compatta, protestò il proprio dissenso. Dopo la riconquista del Regno da parte del Cardinale Ruffo nel 1799, lo stesso Sovrano inasprì alcuni provvedimenti contro i nobili terrieri, rei, attraverso i loro rampolli, di aver favorito la rivolta e diffuso i princìpi rivoluzionari francesi. In tal senso la prammatica del 1792 6 fu cambiata ed ai comuni andarono tutt’ interi i 4/4 delle terre feudali destinate agli usi civici, invece dei 3/4 inizialmente previsti. In realtà i comuni non riuscirono mai ad ottenere tutto ciò che la prammatica stabiliva, perché la resistenza di baroni, nobili e galantuomini, attuata attraverso dispute e controversie varie e messe in atto tramite prezzolati funzionari, ritardò l’applicazione riguardante le parti usurpate ai demani e trovò la conclusione in un nulla di fatto. Con la seconda invasione transalpina del 1806, la feudalità fu definitivamente abolita. Il patrimonio ecclesiastico fu in parte messo in vendita e in parte destinato ai non possidenti. Tutto ciò secondo i principi della rivoluzione francese.  Al riguardo della classe dei possidenti era riconosciuto loro la condizione di proprietario e non più quella di semplice possessore dei beni. In questa maniera il consenso di questi era garantito e, d’altra parte il latifondo era consolidato7. Ancora una volta le speranze dei contadini e dei braccianti andarono deluse e le ferite e i dissapori, con la classe dei benestanti si facevano sempre più insanabili. Dal torpore e dallo stordimento di un sistema sociale disumano, che li estraniava dai processi di evoluzione civili, propri di qualunque consorzio umano, i contadini si ridestano all’annuncio delle imprese di Garibaldi e dei suoi proclami dalla Sicilia. L’editto garibaldino del 2 giugno 1860, riguardava l’abolizione della tassa sul macinato e la distribuzione delle terre! I piemontesi, che non erano dello stesso avviso del condottiero andavano promuovendo una politica conservatrice, per non alienarsi il consenso delle classi dominanti, incuranti delle attese della popolazione alla quale sarebbe stato bastevole il riconoscimento del diritto sulle terre del demanio e l’espropriazione e quotizzazioni di quelle usurpate per aggregarli al progetto unitario. In un successivo proclama, infatti, Garibaldi precisava che la distribuzione delle terre avrebbe riguardato solo quelle del demanio, non già quelle usurpate. Con questi proponimenti Garibaldi è atteso sul continente dai maggiorenti che, sollevano la popolazione all’insorgenza antiborbonica e abbandonano al loro destino i borboni, i papalini e Crocco con il suo esercito di disperati. Il prestigio di Garibaldi presso le masse cresceva tuttavia nell’equivoco. Con l’entrata in scena di Vittorio Emanuele, i liberali s’impossessarono delle amministrazioni locali. Le Regie Commissioni partitarie, istituite per individuare gli sconfinamenti dei demani, individuarono le parti usurpate e, insieme ai Sindaci, ai Prefetti e ai Giudici, espressioni della nobiltà, piuttosto che riconsegnarle ai Municipi, le destinarono alla vendita. Superfluo dire che i partecipanti alle aste furono ancora loro, i galantuomini, che si aggiudicarono quella massa di terra, sottraendola definitivamente agli usi civici. Questa manovra politica bastò a cancellare nelle masse qualsiasi nuova illusione di riscatto sociale sotto il nuovo stato Italiano. Il brigantaggio e il ritorno alla matria borbonica fu la risposta che le popolazioni del sud intrapresero. Nello stesso tempo Carmine Crocco Donatelli, che aveva aderito ai moti insurrezionali lucani, vistosi respinta la richiesta di condono, per una pena non scontata nel bagno di Brindisi 8, accettava la proposta dei legittimisti e si poneva alla testa del movimento in favore della dinastia borbonica.

45, rocco scotellaro

 
 

       1861, briganti.       45   rocco scotellaro

 

 

 

 

 

Rocco apparteneva ad una famiglia molto povera di Tricarico. Suo padre, uno dei tanti calzolai del paese, era morto quando lui aveva diciotto anni e la madre mandava avanti la famigliola con tanta difficoltà. Lei era una popolana alfabetizzata, che sapeva scrivere e, per questo, godeva di un prestigio discreto presso le altre donne. Nel 1946 Rocco ritornò al suo paese, dopo il peregrinare che aveva fatto, come studente e come istitutore, a Potenza, Sicignano degli Alburni, Cava dei Tirreni e Tivoli.  Aveva da poco compiuto 21 anni e fu allora che si iscrisse al Partito Socialista. Non immaginava allora di trovarsi proiettato alla guida dei contadini di Tricarico e soprattutto, due anni dopo, di essere eletto sindaco del paese risultando, per la sua età il più giovane sindaco d’Italia. In una sua memoria così descrive il peso di quell’impegno: <Non vi è stato mai un legame tra la base e il Comune, se non nel senso che io personalmente dovevo essere nello stesso tempo il Sindaco, l’organizzatore sindacale e politico, l’assistente sociale> e continua nell’Uva puttanella <La mia libertà del sogno era quella reale che avevo vissuta: a ogni passo le gente mi fermava nella strada, da uno passavo ad un altro.- Una cosa, - Una preghiera, - Un fatto importante,- Il certificato,- Il libretto di lavoro, - Il lavoro, - L’elenco dei poveri, - I medicinali, - La casa che sorge acqua dalla strada,- La lampada alla latrina,- La tassa bestiame,- Il bilancio preventivo,- L’orario della corriera,- Mancano quattro banchi,- Un’altra lavagna,- Il custode al cimitero,- Tizio ha parlato male di te, ha detto “ basta eccetera”, dopo te lo dico, ha bruciato gli ossi dei morti,- Facciamo le guardie consorziali,- Dammi un posto qualunque,- Solo a me non mi avete dato il sussidio, tutti lo prendono,- Quando tutto si vuole, tutto si fa,- La domanda l’hai messa a dormire?…E le mie infinite risposte e mia madre che dalla finestra diceva loro: - Favorite -, e rientrando a me: - Neanche pace quando si mangia- E gli amici che commentavano: - Meglio essere fesso e non sindaco – E io non potevo dare torto a nessuno.>1 Era da poco finita la seconda Guerra mondiale e l’Italia, uscita sconfitta e umiliata, doveva imboccare la strada della ricostruzione, dare delle risposte alle richieste che venivano dai ceti più poveri e trovare una più consona collocazione politica sul piano internazionale. I partiti che si candidarono a governare tutto quel cambiamento furono da una parte un’alleanza delle sinistre, con i partiti Socialista e Comunista uniti nel Fronte popolare e dall’altra il Partito Popolare, i liberali, i monarchici, i socialdemocratici, i preti e i neofascisti. Lo scontro fu truce perché i socialcomunisti minacciavano: “..à da venì baffone” e dai cattolici si propagandava che i russi “..mangiavano i bambini”. Fu uno scontro violento, muro contro muro. Giunse anche, per i socialcomunisti, la scomunica del Papa e la loro interdizione all’ingresso nelle chiese. Da una parte vi era chi s’identificava nella croce, dall’altra nella bandiera rossa. Un solco profondo che divideva la nazione. Il voto del 18 Aprile del 1948 vide la schiacciante affermazione dell’elettorato cattolico. I Socialisti e i Comunisti furono sconfitti e non ripeteranno mai più quell’alleanza. Con quel risultato si allontanarono le speranze, contenute nel programma del fronte popolare, di distribuzione delle terre. Scrisse così Rocco nella poesia Pozzanghera nera il diciotto aprile:

 

Carte abbaglianti e pozzanghere nere…

hanno pittato la luna

sui nostri muri scalcinati!

I padroni hanno dato da mangiare

quel giorno, si era tutti fratelli,

come nelle feste dei santi

abbiamo avuto il fuoco e la banda.

Ma è finita, è finita, è finita

quest’ altra torrida festa

siamo qui soli a gridarci la vita

siamo noi soli nella tempesta.

E se ci affoga la morte

nessuno sarà con noi,

e col morbo e la cattiva sorte

nessuno sarà con noi.

I portoni ce li hanno sbarrati

si sono spalancati i burroni,

oggi e ancora e duemila anni

porteremo gli stessi panni.

Noi siamo rimasti la turba

la turba dei pezzenti,

quelli che strappano ai padroni

le maschere coi denti.

 

Subito a seguire l’esito del risultato elettorale iniziarono per lui, sindaco rosso del paese, gli attacchi dei vincitori. Uomini della DC e finanche il Maresciallo dei carabinieri, dichiaratamente democristiano, cominciarono a rimestare i proponimenti e gli atti della giunta comunale. Essi furono gli attori di sordide manovre che portarono alla incriminazione, per presunta concussione, del giovane sindaco socialista e, l’8 febbraio 1950, Scotellaro fu tradotto nelle carceri di Matera dove vi rimase quaranta giorni. In quel carcere Rocco si trovò in compagnia dei contadini montesi, accusati d’indebita occupazione di terre del demanio. Il 25 marzo egli fu scarcerato, poiché non si erano trovati fondati elementi sostenuti dall’accusa. Quell’esperienza segnerà profondamente il giovane poeta che deciderà di abbandonare Tricarico e la politica. Prima di attuare tale progetto si ricandiderà alle successive elezioni, ottenendo un risultato quasi plebiscitario che gli consentirà di uscire da tutta la vicenda con la massima assoluzione di popolo. I Tricaricesi avevano capito il dramma e l’infamia consumata ai suoi danni.

Così egli aveva scritto sui briganti lucani del 1861:

 

Non gridatemi dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il vostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna,

l’oasi verde della triste speranza,

lindo conserva un guanciale di pietra.

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova.

44, resa di venosa

       1861, briganti.          44     resa di venosa

 

 

 

 

 

Il giorno 10 aprile del 1861 Crocco si mosse in direzione della vetusta Venusia1. La zona era in fermento di popolo e c’erano propositi di rivolta per le terre del demanio lavorate abusivamente.  L’annata si presentava siccitosa e gli animi dei contadini erano esasperati. Scriveva Giuseppe Giarrizzo: <Quel che negli anni 1850 distingueva nella opzione nazionale il Mezzogiorno è l’ottusità, il torbido pantano del regime politico borbonico: non certo, l’arretratezza del viver civile, il sottosviluppo economico o il provincialismo culturale. Anzi …è nel Sud la polveriera d’Italia: qui hanno sede le prospettive rivoluzionarie dell’unità Nazionale..>2. Venosa con circa 8000 abitanti era ben difesa. A parte la Guardia Nazionale ivi stanziata, erano giunti da Palazzo S. Gervasio 46 militi e altri si attendevano dai municipi limitrofi. L’esercito di Carmine Donatelli Crocco contava 150 armati di fucili e di altri 500 che lo ingrossavano; erano ripacandidesi ginestrali melfitani venosini barilesi rioneresi, tutti armati di forche, roncole e accette ed erano esagitati. In Venosa c’era il partito dei legittimisti, i nostalgici di Francesco II che erano sia tra il popolo e sia fra i possidenti. <A favorire questo movimento si aggiungono anche la pusillanimità e la avidità di guadagno del ricco proprietario di terre il quale, non sentendosi protetto dai rappresentanti del potere centrale, cede al brigante, lo accoglie nelle proprie terre, lo protegge, lo favorisce, lo sfrutta.>3. I più tempestosi dei legittimisti uscirono dalla città, guidati dai capipopolo Michele Reccola e Giuseppe Pitta e s’avviarono ad incontrare quegli altri legittimisti che giungevano per l’assalto alla città. Il panico aveva preso gli animi delle forze dell’ordine e di quanti avevano proclamato fede nell’Unità. Con il passare delle ore a Venosa cresceva la confusione. Il Supplente Vincenzo Frusci che aveva atteso vanamente la forza da Lavello e da Montemilone, ordinò di serrare le porte e piazzò gli avvistatori nei punti stabiliti facendo predisporre altre barricate. Egli costatava la diserzione di molti, fra Nazionali e Guardie civiche e a stento riusciva a piazzare altre difese come a Porta Fontana, sopra il loggiato di Donato Lesentenze che dava direttamente sulla campagna e al Castello, dove trovarono posto le poche le Guardie Nazionali rimaste. Nella città gli animi, senza distinzione di fede, si disponevano allo sconforto e la paura ammutoliva tutti. Dalla campagna s’accostava lo sciame degli insorti, imprecante, chiassoso e minaccioso. Alla vista della città, la morra4 di quei tizzoni prese a correre sopra i campi come tanti monacelli5 e l’azione repentina sorprese anche Crocco che esclamò:

 

La fam’è ‘na brutta bestia6

 

[ La fame è una brutta bestia]

 

Il panico crebbe ancora quando il grosso dell’esercito giunse fin sotto le mura. Crocco dispose gli uomini a gruppi che, attraversati gli orti e le vigne, senza ricevere opposizione, si trovarono ben presto dalla parte della Chiesa di S. Nicola. Dalle finestre e dai balconi di quella contrada furono messi fuori drappi bianchi borbonici, come quelli portati dagli assalitori e furono calate funi, scale e quanto servisse per favorire l’ingresso ai legittimisti. Fu da quella parte che entrò l’avanguardia armata di Donatelli in Venosa. Per le vie iniziarono le prime scorribande e i popolani usciti dalle case si mischiarono agli assalitori. Presto parve di vedere un fiume di popolo che tracimava in piena, che scardinò le barricate, divelse le porte e affluì tanta gente per le strade, a morra a morra, e in breve una marea incontenibile cercò i piemontesisti, le loro carte, i berlocchi, le percalle, i trini, i ritratti, gli anelli, le collanine, le vesti colorate, i ninnoli e i camici ricamati. Furono devastate le case di quelli e la tempesta non parve placarsi perché ancora sequestrarono, demolirono, strapparono, sconvolsero, frantumarono, incendiarono. Nella piazza sotto il Castello convennero infine in trionfo Crocco e Vincenzo d’Amato, acclamati con “Evviva Francesco II” “A morte i liberali” “ Viva Garibaldi  “Evviva Donatelli”. Furono aperte le prigioni e intimata la resa, con salva la vita, alla Guardia Nazionale asserragliata sul Castello e lo stesso fu fatto per chi aveva trovato rifugio sul campanile di S. Andrea. La città liberale si arrese e si consegnò nelle mani dei legittimisti. Crocco non impedì il saccheggio alla casa del Cassiere comunale, alle case di don Leopoldo Marchi e di don Giovannantonio Orlando e non impedì altro saccheggio nelle stanze del Procuratore del Monastero di S.Maria La Scala e ancora ai palazzi di don Giovanni e di don Teodoro Laconca. La città dei liberali fu scossa, devastata e scorse il sangue. I fumi degli incendi si alzarono sopra le mura di Venosa e si videro dappertutto: il flagello era arrivato inesorabile.

Venosa rosseggiò per tutta la notte e i bagliori degli incendi tennero svegli i paesi del Vulture dove, gli animi dei liberali si contristarono. Le madri tennero stretti i più piccoli e molte cantarono nenie di lutti.

 

43, polittico di miglionico

 

   1861, briganti.    43 polittico di miglionico

 

 

 

 

 

Nella Chiesa Madre di Miglionico c’è un polittico di rara bellezza comunemente chiamato il Cima. L’opera dipinta è costituita da 18 pannelli disposti in quattro ordini che rappresentano alcuni Santi, la Passione di Cristo, l’Annunciazione e altri Santi martiri francescani. Quelle figure girano tutt’ intorno alla pala centrale raffigurante una Madonna con bambino seduta su un trono marmoreo. Il dipinto fu commissionato, al pittore di Conegliano, da don Marcantonio Mazzoni, arciprete del piccolo centro lucano.

Si era nel lontano 1598. Intorno a quell’anno, l’arciprete ebbe a scontrarsi con don Giuseppe Longo, il canonico che, a suo dire, vantava l'investitura direttamente concessa dal Papa e che pertanto era esentato dalle consuetudini gerarchiche. La contesa, tra l’arciprete e il canonico, circa la gerarchia sulla Chiesa di Miglionico, trovò la soluzione estrema, quella di abbandonare Miglionico. Così fece don Marcantonio Mazzoni. Egli viaggiò in molte nazioni e città e infine si fermò a Venezia. Aveva molte virtù, era musicista e poeta e in quel peregrinare ebbe modo di cogliere lusinghieri apprezzamenti. Don Marcantonio non dimenticò Miglionico e al suo paese fece pervenire il polittico dipinto da Cima da Conegliano. Una vicenda, quella intrecciata da don Marcantonio con la sua Miglionico davvero esaltante.  Episodi di devozione filiale così, sono accaduti spesso nel corso del tempo. Una storia analoga infatti, si ripeté per Montepeloso (ora Irsina) dove, nella Cattedrale dedicata a S.Maria Assunta si trovano due statue, S. Eufemia e la Gran Madre, attribuite ad Andrea Mantegna la prima e alla sua bottega la seconda. La scoperta che quelle due statue fossero dovute al genio del grande artista padovano si deve all’intuizione di Clara Gelao, direttrice della Pinacoteca Provinciale di Bari e risale al 1987. In quell’anno fu dato alle stampe, tradotto dal latino da don Nicolino Di Pasquale di quella Cattedrale1, il poemetto dell’Arcidiacono del Capitolo Cattedrale di Montepeloso Pasquale Verrone, “Vita Divae Euphemiae Virginis et Martyris” e uscito dai tipi della tipografia di Jo, Jacobum Carlinum & Antonium Pacem di Napoli nel lontano 1592 e di cui si erano perse le tracce. Lo storico locale Michele Janora nel 1901, anno di pubblicazione della sua maggiore opera, Memorie storiche, critiche e diplomatiche della città di Montepeloso (ora Irsina), nel trattare la figura di S. Eufemia quale patrona del paese, ricordava quel volumetto encomiastico, riportando 72 versi tolti da un manoscritto, dedicato alla Santa, che il canonico Bartolomeo Coccoli aveva scritto nel 1755. Lo storico, non conoscendo il contenuto completo dell’opera, ne auspicava il suo rinvenimento. Nulla però lasciava presagire quale sconvolgimento avrebbe portato il ritrovamento del libro e nulla sarebbe cambiato se il testo di Verrone non fosse giunto nelle mani di Clara Gelao. Nel volume di Pasquale Verrone è descritto, in forma poetica, l’arrivo a Montepeloso di una reliquia del braccio della Santa, per opera di un sacerdote di Montepeloso, un certo don Roberto De Mabilia. Il sacerdote, nel suo peregrinare (come don Marcantonio Mazzoni di Miglionico) si era fermato a Padova, come rettore della Chiesa di S. Daniele. Don Roberto, si legge ancora nel libro, portò anche una serie di lavori dovuti alla perizia del grande Andrea Mantegna, quali un dipinto su tela raffigurante S. Eufemia e chiuso da portelle lignee su cui erano dipinte Scene del martirio della Santa, sovrastate da una Crocifissione; due statue, l’una raffigurante S. Eufemia e l’altra la Gran Madre ed ancora, un fonte battesimale e tre libri miniati. Il poema verroniano si trasforma così in un atto notarile nelle mani della Gelao. L’opera del Verrone, dopo 400 anni di oblio, mette da parte la sua testimonianza letteraria e si trasforma in un documento storico/giuridico sconvolgente, che induce la studiosa pugliese a riprendere le schede compilate nel 1978, sul patrimonio ecclesiastico di Irsina e in particolare quella dedicata alla statua di S. Eufemia2, al fine di una rivisitazione critica della statua3. Uno degli indizi forti che le affermazioni del Verrone non erano il frutto della sua creatività letteraria, si trova sulla copertina del suo libro. Si vede su di essa un disegno litografato, rappresentante S. Eufemia che riporta l’immagine tolta dal dipinto della tela. All’epoca della stesura del libro del Verrone la tela, oggi al Museo di Capodimonte, si trovava dunque nella Cattedrale di Montepeloso! Dal punto di vista dell’appartenenza è fuori di dubbio che tutte le opere descritte nel libro, facevano parte del patrimonio della Cattedrale. Oggi, di quel patrimonio, si prende atto che mancano, perché involate, le opere più facilmente occultabili e trasportabili: i libri miniati e la tela con le portelle. Sono ancora lì invece, nella cattedrale di Irsina, le opere in pietra e intrasportabili: le due statue e il fonte battesimale ed un crocifisso. Su questa base, l’impegno della Gelao, rivolto alla parte stilistica e filologica, tende all'attribuzione al Mantegna della manifattura della statua e al riconoscimento di ciò da parte della comunità scientifica. Un compito complesso, impegnativo e allo stesso tempo esaltante. Sono pochissime, infatti, le opere scultorie lasciate dal Mantegna. Per questa attività di divulgazione Clara Gelao ebbe a scrivere in Per Andrea Mantenga: una precisazione e una proposta4. <I miei colleghi reagirono con il silenzio> e - aggiungeva la Gelao in un’intervista alla Stampa - <Sapevo che non sarebbe stato facile far accettare l’autografia di Mantegna, ma ero disposta a qualsiasi cosa pur di far conoscere questa emozionante scultura>5, ed, infatti: <… mi precipitai a Padova, dove effettivamente ho trovato i documenti relativi alla vita di un notaio ecclesiastico che si rivelò essere proprio il nostro donatore.>6. In ultimo, la studiosa barese, ha pubblicato tutti i passaggi della sua scoperta in un volume dal titolo Andrea Mantenga e la donazione de Mabilia alla Cattedrale di Montepeloso. C’è chi invece non ha dubbi sulla proposta della Gelao e questi è Vittorio Sgarbi, il noto critico d’arte che, nella veste di curatore per la “Celebrazione per i cinquecento anni dalla morte di Andrea Mantenga”, da tenersi nel 2006, ha dichiarato di voler esporre, la S. Eufemia di Irsina, insieme alle altre opere del maestro padovano da lui selezionate. Con l’arrivo delle opere dedicate a S. Eufemia iniziò in Montepeloso la devozione a quella Santa che fu eletta protettrice del paese. Siamo probabilmente nel 1454, anno in cui Andrea Mantegna firma la tela di S. Eufemia oggi a Capodimonte. Nel 1452, due anni prima di quella data, Papa Niccolò II aveva elevato a sede Vescovile la Chiesa di Montepeloso unendola a quella di Andria. Era stato lo stesso Francesco II, Duca di Andria e di Montepeloso, ad intercedere presso il papa per quella unificazione. I tasselli di questa storia montepelosina si collocano nello stesso umanissimo ambito di devozione filiale per parte di Roberto de Mabilia verso la sua Montepeloso così come don Marcantonio Mazzoni aveva fatto per la sua amata Miglionico.

 

42, ninco nanco

 

        1861, briganti.          42      ninco nanco

 

 

 

 

 

Dei 43 capibanda dell’esercito degli insorti, Ninco Nanco, ovvero Giuseppe Nicola Summa fu uno degli uomini più fedeli alla causa della rivolta.

Peppe Summa, a fronte di un aspetto aitante, era balbuziente e per questo era chiamato Ninco Nanco. Il generale Crocco lo chiamava tartaglione e diceva di lui: <rozzo e selvaggio, era temuto, ubbidito ed amato da una banda formidabile…non ebbe simile, veloce come il lampo nella difesa, sapeva così bene scegliere le posizioni difensive ed offensive che…mai nessuno (senza subire danni) ce le levava...mai tolse la vita ad un soldato preso prigioniero, per la qual cosa godeva nei tanti rami della forza pubblica, una stima particolare...>1. Il pomeriggio del 27 dicembre del 1863, mentre si trovavano in territorio di Genzano le bande unite di Ninco Nanco e Crocco, scendendo costa costa lungo il Basentello giunsero in contrada Anadigita, in agro di Montepeloso. Nel Vulture la pressione della forza si era fatta più serrata e la situazione per gli insorti era sempre più difficile. Nel dispaccio inviato dalla Sotto-Prefettura di Matera, su segnalazione del delegato di Montepeloso, alla Regia Prefettura di Potenza, datato 4 gennaio 1864, così era scritto: <Nella sera del 28 passato, la banda del famigerato Ninco Nanco, forte di 16 briganti, proveniente dal territorio di Genzano, pernottava dalla ora due alle nove in una Massaria di Montepeloso, in contrada Anadigita, obbligando un contadino di nome Francesco Di Pasquale ad esserla di scorta per la via di Gravina. All’alba del giorno seguente fermatasi quell’orda brigantesca in tenimento Lama del Signor Lettieri, di quest’ ultimo comune, ed obbligando la enunciata guida e tutti i lavoratori di quella Campagna, a dirigersi in quell’abitato e non allontanarsi un’orma sola con minaccia di vita, così dimorava colà un giorno intero e verso la sera solamente per quei boschi comunali dirigevasi a Macchia di Grottole. Pria di lasciare il territorio Lama uno di qué malviventi toglieva al ridetto Di Pasquale i stivali dai piedi e gli consegnava in cambio degli altri tutti fraciti. E un tal Francesco Mazza veniva derubato dagli assassini di Dc.8:00 e di un cappotto di panno nuovo, e certo Luigi Antonicelli della somma di Dc. 24:00. Questi due individui facevano ritorno da Gravina ove eransi recati a vendere le derrate, unitamente a molti altri vetturali, taluni de quali sono stati spogliati di altre piccole somme. Dell’avvenimento o comparsa dei ridetti briganti essendo stato in questi giorni informato dal Delegato di Montepeloso, non ho mancato farne riguardo alla Sig. Vostra a norma delle istruzioni. Sotto Prefetto Casanova.>2. Era dall’agosto dell’anno precedente che quelle due bande associate, con quella di Serravalle, frequentavano l’agro di quel comune, dove avevano incendiato, per grassazione, il raccolto di un ricco piemontesista. Dopo due mesi di bazzicamento tra quelle masserie, dal 28 dicembre 1863 al 20 febbraio 1864 e le ripetute segnalazioni3 del Delegato di quel comune alla Sotto Prefettura, il Generale Pallavicini in persona si portò prima a Tricarico e poi a Gravina. Così come la fiera in caccia stringe il cerchio per accostarsi alla preda, egli sentiva approssimarsi il turno per avventarsi sul bandito più sanguinario tra tutti quelli che scorrevano le campagne della Provincia di Basilicata. Molti di loro erano già stati assicurati alla giustizia, in attesa di sentenza e altri erano stati uccisi in conflitto. Il cerchio si stava chiudendo inesorabile intorno agli ultimi capi della rivolta. Scriveva ancora il Sotto Prefetto di Matera in data 9 gennaio di quell’anno al Prefetto di Basilicata di Potenza: <Crocco- Ninco-Nanco e Germano nell’agro di Montepeloso. Vengo ufficialmente informato che da pochi giorni si aggira in tenimento di Montepeloso, la banda del famigerato Ninco Nanco, forte di 18 briganti, altri poi vorrebbero (forse) ascendere a 40, a cavallo. Nel giorno 3 volgente quell’orda di assassini, fu nella masseria del Sig. Palombella ed in quella de’ Signori Corniola, ove trovavasi presente ed alla testa il Ninco-Nanco che facevasi da tutti i suoi subordinati chiamare Colonnello, e con lui trovavasi nella sponda sinistra il sempre ricercato e mai rinomato Crocco con 40 ladroni. Fecero i briganti enunciati nella ripetuta masseria, requisizioni di viveri e di biada, ed ai Palombella e Corniola mandavasi a chiedere munizioni da fuoco, vitto, biancheria, ferri e biada per i cavalli e pria di allontanarsi tolsero al massaro Carlo Lo Bianco, addetto al servizio del Signor Palombella, un paio di stivali in buono stato. Oltre alla detta banda c’è forse quella di Germano da Potenza di circa 26 malfattori, che da più tempo impunemente fiereggia per quelle contrade, benchè reiterati sieno stati i miei servizi presso l’autorità militare, la quale era (competente) sarà pure informata della presenza di Crocco - Ninco-Nanco e di non pochi ladroni nell’agro di Montepeloso. Il sotto Prefetto Casanova.>. Nella stessa data del 9 gennaio, un dispaccio del Prefetto di Basilicata di Potenza, indirizzato al Signor Prefetto della Provincia di Bari e al Generale in Potenza, riassumeva quanto comunicato dal delegato di Montepeloso circa il primo avvistamento di quelle bande. Subito dopo, in data 14 gennaio, il Prefetto di Potenza scriveva ancora al Generale mandamentale delle truppe in Basilicata di Potenza, ovvero il Gen. Pallavicini, con oggetto: Crocco Ninco Nanco e Germano nell’agro di Montepeloso. Il contenuto del dispaccio, ripete minutamente quanto comunica il Sotto Prefetto di Matera in merito alla presenza in quel tenimento delle bande di Crocco, Ninco Nanco e Germano. Il 2 febbraio di quell’anno, il sottoprefetto di Matera invia un nuovo dispaccio al Prefetto di Potenza con oggetto: Ninco Nanco con 32 briganti in tenimento di Montepeloso. Così egli comunica: <Vengo informato dal delegato di Montepeloso che la banda di Ninco Nanco inseguita dai lancieri tra Montepeloso e Palmira, nel giorno 27 passato mese, oggetto di precedenti corrispondenza tenuta da questo ufficio colla Sig. Vostra, riusciva a guadare il Bradano trovando scampo nei boschi di Montepiano e Verrutoli. Pernottava nel 28 nella masseria del Sig. Nicola D’Amato di Montepeloso facendo requisizione di pane e di biada in tutti quei campestri casamenti limitrofi, e nel giorno 29 recavasi nella masseria Calia, alla lontananza di tre chilometri del ridetto comune, con 32 briganti, tra quali contavasi 10 assassini della banda Giongiola, intrattenevasi colà fino alle ore 7 della notte del 30, dirigendosi poscia alle difesa Irsi e Visciglio. Se tutto ciò è a conoscenza del Generale in Tricarico il quale spesso trovasi a quest’ ora nelle campagne suindicate, non ho voluto mancare informarne in pari data questo Tenente Colonnello per gli obblighi di sua parte. Il Sotto Prefetto Casanova>.  Sono vicinissimi Ninco Nanco e Pallavicini, il quale ultimo si sposta ancora, e nel successivo dispaccio del 24 febbraio della Regia Sotto Prefettura di Matera alla Regia Prefettura di Potenza avente per oggetto – Brigantaggio- lo troviamo a Gravina di Puglia, un tiro di schioppo da Montepeloso: <Il Delegato di Montepeloso in data 18 fugg. mi scrive, che nel precedente giorno verso le ore 7 pomeridiane si viddero in vicinanza del Monte Irso due briganti a cavallo, diretti alla volta delle difese comunali denominate Corrado da piedi-, che conducevano con loro un terzo cavallo. E in proposito il ridetto funzionario mi soggiunge che nel suddetto giorno 18 gli veniva denunciato da certo Raffaele Lanzo, mandriano al servizio del Sig. Barone Vincenzo Lombardi il furto di un cavallo, che trovavasi appunto nel dì 17 sopradetto, nella località pure indicata disponendo il medesimo altresì, che alcuni contadini, dei quali non seppe indicare il nome, gli asserivano di aver veduto da quattro a cinque briganti, un solo però a cavallo, ed egualmente diretti verso le stesse difese, fra i quali pare loro, trovarsi i primi due veduti a cavallo, dell’apparente età di 20 anni. Nel dare a V.S. comunicazione di quanto serva, mi pregio riferirle esservi da parte del ridetto delegato spedito apposito corriere al Signor Maggiore Generale Pallavicini in Gravina col medesimo rapporto, e data pure partecipazione al Signor Comandante. Il Sotto Prefetto.> Il cerchio degli assalitori, guidati da Pallavicini, si stringe ancora e mira dritto alla gola del ribelle. Il contatto tra predatori e prede giunge e si apprende da un altro dispaccio della Regia Prefettura di Potenza, del 27 febbraio, indirizzata al Ministero dell’interno ed avente per oggetto: < Brigantaggio. Mi giunge notizia del Sotto Prefetto di Matera che nel 20 and. una banda di circa 20 briganti a cavallo, ritenuti appartenere a quelle di Ninco Nanco, comparse nella località Taccone e volendosi forse provenienti da poggiorsini, dal delegato di Montepeloso erasi tosto spedito corriere alla G.N. (Guardia Nazionale) di quel capoluogo che trovavasi in perlustrazione quando fu avvisato che una compagnia di bersaglieri aveva attaccato quei briganti nella masseria La Recupa e messi in fuga lasciarono nelle mani della truppa un cavallo e molti foraggi. Si appresta lo scrivente a darne partecipazione di ciò ( illegibile) sue notizie. Il Prefetto>. In Basilicata era stanziato in quel momento un esercito di circa 120.000 militari, pronto a imprigionare chiunque non portasse una divisa. C’erano le Guardie nazionali dislocate in ogni comune e poi ancora un esercito, seppur piccolo, organizzato dai possidenti a difesa delle proprietà e della propria incolumità e c’era, una massa di civili che, per ricatto e più spesso per paura, contribuivano a segnalare, nelle campagne e nei paesi, la presenza di coloro che si erano dati a scorrere la campagna in banda armata. Nel 1864 le macchie e i boschi, bruciati o diradati, e ora frequentati anche dai soldati, non offrivano più scampo all’esercito dei legittimisti.

Il drappello di Ninco Nanco, braccato dai Bersaglieri, dalle Guardie nazionali, dai soldati e dalle guardie armate di ogni masseria fu intercettato dalla Guardia nazionale di Tricarico in quell’inizio del mese di marzo del 1864.  Alcune schioppettate a loro indirizzate avevano fatto accelerare il passo e dalla macchia di tamerici i fuggitivi si portarono dentro il bosco, quello tra Grottole e Tricarico. Con Ninco Nanco c’era suo fratello Francesco, Maria Lucia la compagna, Nicola Lorusso detto carciuso, Giuseppe Mangiullo il coratino e un’altra dozzina tutti a cavallo. Avevano requisito vettovagliamenti nelle masserie dei Palombella e dei Corniola sul Basentello e in quella dei Calia sul Bradano. In quei posti avevano governato i cavalli, sequestrate le armi con le munizioni e avevano fatto rifornimento di biada. I cavalli avevano spesso bisogno di essere foraggiati, di riposare, di cambiare i ferri e poi erano irrequieti, come in quel momento che ad ogni scarica di fulmine, scartavano dalla direzione di marcia. Il drappello era diretto proprio nella pancia del temporale. A malapena si riuscivano a vedere le cime di Castelmezzano, la nebbia frammista all’acqua scendeva sulla vallata del Basento e s’ingrigiva la boscaglia nera dei faggi. La morra dei cani era stranamente silenziosa. Erano cani da presa, di razza corsa4.

“Cape toste!” disse Carciuso mentre stavano risalendo la cresta. L’acqua rendeva difficoltosa l’ascesa e spesso si aiutavano le bestie spingendole. “Italiani!” lo corresse sputando il coratino che masticava tabacco. Dovevano fermarsi di tanto in tanto perchè i cavalli avevano la bava e qualcheduno si rifiutava di procedere. Guadagnarono infine lo spiazzo della radura dove riunirono le bestie e stettero. Le taccole giravano sopra i rami mentre continuava a cadere una pioggia leggera e fitta e con essa giungeva la nebbia che ingrigiva tutto. Avevano teso le orecchie. I cani erano inquieti e l'attacco pareva imminente. Fu all’improvviso che lo scroscio dell’acqua fu rotto dal nitrito di un cavallo giovane e subito dopo si udirono spari di schioppette. Furono avvistati i bonetti 5 dei nazionali tra la vegetazione che sbucarono dalla stessa direzione. Non dovevano però essere in tanti parevano forse meno di una decina, un gruppo raccogliticcio e scarsamente addestrato. Fu aperto il fuoco e quelli che si erano appostati sui rami non risparmiarono le cartucce. Cirasidd e Solletto liberarono i cani che non indugiarono, lanciandosi nel sottobosco, in direzione dei bonetti.  Si udirono presto imprecazioni, poi spari e urla, latrati di ferocia e spaventi. Lo scontro era in un a corpo a corpo, alcuni dei soldati si precipitarono a ritroso, inseguiti dai cani e poi tutto improvvisamente ebbe termine. Cirasidd e Solletto ebbero un bel da fare nel ricomporre la morra dei cani che solo più tardi fu tutta recuperata. Non era stato un vero ingaggio. Il drappello dei nazionali era inconsistente di numero e, aggredito dai cani corsi, si era sparpagliato nella boscaglia. Forse erano degli avvistatori e la nebbia gli aveva sconvolto i piani. Forse erano forestieri, forse calabresi ingaggiati dall’esercito, attirati dalle taglie che avrebbero potuto riscuotere. Sarebbe potuta andar peggio e per questa volta ancora, la sorte, era stata dalla loro parte convennero i fuggiaschi. Veniva giù la pioggia e scuriva per la nebbiolina che stava ovattando tutto. Nella notte scamparono tra i ruderi di un vecchio santuario. Maria Lucia recuperava coperte asciutte e nel buio andava avanti e indietro. "La malaria, la fame e ora la fuga, una vita da niente si erano dati!". Assorta in questi pensieri vide Peppe avvolto nel pastrano fradicio d’acqua e raggomitolato in un angolo: era febbricitante! La luce della torcia illuminava la parete di un colore ocra rosato. Maria Lucia alzò la torcia che rischiarò una madonna. I colori rovinati conducevano ad un’immagine di madre, forse una Maddalena, così frequenti nei santuari della zona. Avvolse la coperta tra il pastrano di Ninco Nanco e si raggomitolò al suo fianco. Una volta, quasi per gioco Maria gli aveva chiesto di portarla a Pùtenz e lui l’accontentò: la tenne contenta. Ci andarono a Potenza e dormirono alla Taverna Visconti 6 di Porta Salza, come dei signori, dei baroncini! I suoi occhi neri di lupa brillarono un poco mentre inseguiva quei ricordi. Il giorno che Péppe, ritornò dal Volturno, come milite di Garibaldi, fu sepolta dalle sue moine e fu allora che affermò che l’avrebbe portata a Napoli.

“A Nàpule?” chiedeva Maria incredula.  

“A Nàpule!” rispondeva Peppe, con quell’aria di sfida che egli spesso assumeva. “A Napule!” confermava Ninco Nanco, il vicerè del Vulture, scuotendola come una campana. Ed era allora che Maria Lucia, presa da quel faceto sussulto, esplodeva in risata di gaio stordimento. Chissà se sarebbero mai andati a Napoli si chiedeva la ragazza in quel momento. La stanchezza e il sonno fiaccarono lentamente i suoi pensieri: “…i boschi non erano più sicuri.... la guerra la stiamo perdendo, … e... anche d’inverno… i soldati battevano ogni palmo la provincia! Franceschiello, il papaRe, Borjès, i Piemontesi, i Galantuomini, i massari, e i contadini … tutti li volevano accisi!”. Quei pensieri non gli conciliavano il sonno.

Alle prime luci dell’alba giunsero sulle creste di Vitalba. Bisognava trovare un cerusico per Francesco che era ferito e perdeva sangue. La nebbia faceva fatica ad alzarsi e sembrava che laggiù si fossero dimenticati di loro. Il posto pareva pulito, il massaro li stava aspettando: due nuvole chiare di fumo si levavano dal camino della torretta. Passarono tre quarti d’ora e puntuale apparve il calesse del cerusico. Fu a questo punto che Francesco Summa fu portato nella pagliaia. Ninco Nanco prima di uscire, guardò ancora una volta negli occhi il massaro per cercarvi forse un conforto all’angoscia che lo aveva preso. Da quando aveva messo piede nella masseria, il massaro stesso non gli piaceva per niente. Perché teneva gli occhi bassi come un cucciolo di cane bastonato? E i cani? I cani in quella masseria non abbaiavano, anzi non se ne vedeva uno! Il cerusico aveva detto che quella era una brutta ferita ed aveva fatto capire che poteva risolversi male e che lui, Peppe, si tenesse pronto al peggio. “Bisogna aspettare almeno 48 ore. Se riesce a superarli, tuo fratello è salvo”. Ninco Nanco si precipitò nella scarpata e tornò sui suoi passi. “ Domani me lo vado a prendere, vivo o morto. Me lo vado a prendere da solo. Non c’è più bisogno di voi – e volgendosi a Maria Lucia - tornate verso Gravina al ponte che porta a poggiorsino. Ci troviamo lì fra quattro giorni”. 

A mezzogiorno del giorno appresso dal camino della torretta si alzarono ancora due nuvole di fumo. Era il massaro che convocava qualcheduno di loro. Erano ancora tutti presenti e nessuno era partito. Fu zecchinedda a scendere per la scarpata e Maria non lo perse di vista un attimo.  Dopo poco tempo il giovane melfitano era già di ritorno. C’era nell’aria qualcosa di grave e gli accadimenti erano imprevedibili. “ Francesco non ce l’ha fatta” disse quello sconvolto dalla corsa. Egli fece una pausa e aggiunse accasciandosi “ E’ morto! Francesco è morto!”

 

Ciente nient accidente l’ommene 7

 

[ Cento niente uccidono l’uomo ]

 

 Maria Lucia ebbe un fremito per quelle braccia aperte e fu allora che cercò gli occhi di Peppe. “Bisogna seppellirlo!” disse lui pronto, mentre lei scuoteva la testa. La prestanza e l’intuizione non bastarono più al viceré del Vulture. Sul suo capo pendeva una taglia di 20.000 ducati e quel giorno, 13 marzo 1864, sarebbe stata riscossa. Alla masseria, infatti, era stata approntata una trappola e in molti lo stavano aspettando: il massaro si era venduto.

Maria Lucia Nella, la pastora di Ferrandina, fu vista l’ultima volta galoppare a briglia sciolta, tra le macchie, diretta al bosco e seguita da una morra di cani corsi che latravano.

41, giuseppe novello

      

 

   1861, briganti.       41   giuseppe novello

 

 

 

 

 

 

 Lo stato d’indigenza della popolazione di Montescaglioso era antico e ciò è confermato da questa lettera del Sindaco che così scriveva al tempo dell’Unità: <Una tale agitazione si accrebbe maggiormente nei principi di Novembre 1861, quando questa Provincia era messa a soqquadro dalle orde brigantesche capitanate dallo spagnolo Borjès; di talchè il Consiglio Comunale, per evitare il fomite del malcontento nelle tristissime condizioni nelle quali si versava in quell’epoca, e per assicurare la pubblica tranquillità, con verbale del 7 Novembre, deliberava che si fosse dato il possesso ai quotisti, e così fu fatto.>1. La fame di terra dei contadini era antica e il problema si ripresentò in maniera virulenta dopo la fine della seconda guerra mondiale. All’alba del 14 Dicembre del 1949, alle 3,30 a Monte, un battaglione della Mobile dei carabinieri, giunto da Bari, accerchiò il paese. Furono spente le luci. C’era una nebbia fitta e fredda. Ebbe inizio, da parte dei militi, una caccia spietata per trarre in arresto gli attivisti che si erano resi responsabili di occupazioni di terre. I militari, armati di mitra, si addentrarono nelle strettole del paese. Si muovevano con rapidità poichè conoscevano già gli obiettivi. Il primo in lista era la casa di Nunzia Suglia, una donna di 49 anni, madre di otto figli che, con il marito, abitavano in un’unica stanza. Con le torce in faccia la donna, mezza ignuda, fu arrestata e condotta di peso su una delle camionette. Un’altra pattuglia era già dietro la porta di Marianna Menzano, madre di quattro bambini, costretta anch’essa a mettersi qualcosa addosso e trascinata via di forza. Con i mitra spianati contro e la luce accecante in faccia, lasciarono le loro case anche Anna Avena, madre di sei figli, Vincenzo Castellaneta padre di dieci, Serafino Gabellano padre di sette e Michele Miraglia e Pietro Rossetti, tutti braccianti. Gli altri paesani, svegliati dai trambusti e dalle grida, furono in breve atterriti come animali circondati dal fuoco: era la polizia di Scelba, il Ministro degli Interni del primo governo democristiano. Essa rovistava nell’intimità delle case dei contadini, rei di occupazioni di terre incolte del demanio. In quelle ore, altri camion, altri mitra e altri scelbini, sfondavano porte a Bernalda e a Gravina di Puglia. Quella fu una notte tremenda, che segnò gli animi di quanti lottavano per un pezzo di terra. La mattina dopo a Montescaglioso, i mariti delle donne arrestate e le donne degli uomini deportati a Matera con i figli appresso, corsero alla Camera del Lavoro di Monte ad interrogarsi, a darsi dei consigli, a conoscere la destinazione dei congiunti e dei compagni. Altre pattuglie e altri mitra sbarrarono loro l’accesso alla sede della Camera del Lavoro. I contadini gridarono, protestarono e la folla divenne chiassosa; partirono minacce e si creò in breve un assembramento. Dalla parte dei militi furono lanciate bombe lacrimogene e il panico fece sbandare la gente che non aveva intenti bellicosi o di rivolta, con loro avevano portato i bambini. Una motocicletta con due militi, approfittando del momento favorevole tentò di spezzare il blocco che ancora faceva muro davanti alla sede della Camera. Dopo ripetute manovre per dividere, separare e disperdere, la moto sbandò e i militi si trovarono per terra. Fu in quell’attimo che uno dei due, imbracciato il mitra d’ordinanza, sparò tra la folla in mezzo al mucchio: cadde il contadino Michele Oliva tra i piedi di Giuseppe Novello e di sua moglie Vincenza Castria. I due si attardarono a portare soccorso al compagno e, nel marasma generale, una seconda raffica colpì mortalmente Giuseppe Novello. I feriti di quello scontro furono tutti dalla parte dei manifestanti: sei furono trasportati con urgenza all’Ospedale Civile di Matera e altre decine accusarono ferite meno gravi. Il 17 dicembre Giuseppe Novello moriva. Aveva 32 anni. L’episodio di Montescaglioso, per la violenza dimostrata dalle forze dell’ordine durante tutta la loro azione, sconvolse l’opinione pubblica nazionale. L’Italia, come sempre, si divise in due, ma su una cosa le due fazioni convergevano, che quel modello di paese andava respinto. Bisognava affrettare i tempi per una riforma Agraria e di ciò se ne chiedeva quanto prima l’applicazione.

40, sei carlini

 

         1861, briganti.            40      sei carlini

 

 

 

 

Il 7 Agosto del 1863 il Popolo d’Italia riportava un articolo in merito ai fatti accaduti nell’officina di Pietrarsa, vicino Portici, dove c’erano gli stabilimenti per la costruzione di binari e vagoni ferroviari. La gestione di quell’opificio, che il giornale definiva il più bello e il più grande d’Italia1, era affidata a Jacopo Bozza, già direttore del giornale La Patria. Il nuovo direttore aumentò di un’ora, da 10 a 11, la giornata lavorativa e licenziò molti operai, nonostante che nel contratto d’appalto fosse esplicita la conservazione del posto di lavoro per tutti gli addetti. Non terminarono lì le modifiche apportate dal Bozza che decise di ridurre la paga, portandola da 35 a 30 grana alla giornata. Gli operai del settore battimazza, scriveva il cronista del giornale, piuttosto che cedere a quell’iniquità, chiesero al Bozza il certificato di ben servito: si licenziavano! Il Bozza non solo rifiutò quella certificazione, ma inveì, ingiuriò e minacciò altre sanzioni. Uno degli operai diede il segnale convenuto, suonando la sirena dell’opificio e, in men che non si dica, tutti e seicento gli addetti incrociarono le braccia. L'imprenditore impaurito si diresse alla guarnigione dei bersaglieri di Portici, per denunciare la rivolta. Nell’opificio gli operai si strinsero intorno al capo officina, un capitano piemontese che dirigeva i lavori e, insieme e fiduciosi, attesero il ritorno del direttore con la forza dell’ordine. Giunsero infatti, di lì a poco, i Bersaglieri e furono gli stessi operai ad aprire i cancelli. I militi, entrati nell’opificio, spararono alla cieca ad altezza d’uomo e affondarono colpi di baionetta. Si contarono molti morti e molti feriti: tutti tra gli operai2.

Giovanni Di Biase fu Francesco di anni 52, agrimensore e domiciliato a Maschito, è scosso dagli echi della vittoriosa colonna di Crocco in marcia alla volta di Melfi. Povero in canna, egli vive nella miseria più nera e deve sostenere la famiglia che è numerosa. Si accorda con altri paesani e insieme decidono di far parte, anch’essi, dell’esercito dei realisti.

 

 

 

 

La fame è parent a la rabbia3

 

[ La fame è parente della rabbia ]

 

Arrivano a Venosa conquistata dai rivoltosi, dove Giovanni ha un conoscente, Daniele, che fa il calzolaio e presso il quale si reca. A Daniele egli confida il proposito suo e quello degli altri: “Vogliamo arruolarci nell’esercito di Donatelli!”. L’amico si presta volentieri a fargli da intermediario e, nel breve volgere di qualche ora, giunge nella sua bottega un’ufficiale arruolatore che spiega a quei volenterosi le norme dell’arruolamento: “ La paga è di sei carlini il giorno, come per tutti, una coperta, il fucile e il rancio. Dovete seguire sempre i comandi del sergente della squadra presso cui sarete assegnati.” I paesani accettano e tutti sono arruolati nell’esercito dei realisti.

All’epoca due grana il giorno li prendeva Francesco Crocco, il padre di Carmine che faceva il pastore. 10 grana facevano un carlino e due grana bastavano sì e no per una fetta di pane! Il mietitore prendeva circa 9,5 grana il giorno mentre lo zappatore ne prendeva mediamente 6,5. All’interno di un frantoio, il consiere prendeva 15 grana il giorno e il trappetaio ne prendeva 10, vale a dire un carlino 4. La popolazione era trascinata da quel fuoco che stava incendiando il Vulture e che presto si sarebbe esteso in tutto il Regno. < I paria si cercano e si uniscono non con il diretto e unico scopo di delinquere, ma soltanto per protestare, per ribellarsi al potere costituito, animati dalla illusione del potere, in tal modo, migliorare le condizioni di vita cui sono costretti.>5  Accorrevano ad arruolarsi tutti i più miseri, portandosi dietro forche, roncole e bastoni, in attesa delle armi e dei soldati promessi da Franceschiello e dal Papa. Nel Regno delle Due Sicilie e negli Stati pontifici il fenomeno del brigantaggio non era nuovo. C’erano stati i Pietropaolo, i Mammone, i Fra Diavolo e quanti si aggregarono all’esercito di Ruffo. Essi, scannatori o eroi, proliferavano a causa della miseria, della mancanza di strade, dell’analfabetismo, del sistema oppressivo di polizia, dell’indigenza, del colera, delle malattie, della mancanza d’igiene e di un’agricoltura arcaica. Era un brigantaggio senza punti di riferimenti se non la disperata ferocia. I suoi nemici erano “tutti gli altri”, i papalini, i borboni ed ora i piemontesi. Dice Carlo Levi: < Il brigantaggio non è che un eccesso di eroica follia, e di ferocia disperata: un desiderio di morte e di distruzione, senza speranza di vittoria…Ogni rivolta contadina prende questa forma, sorge da una volontà elementare di giustizia nascendo dal nero lago del cuore. Dopo il brigantaggio, queste terre hanno ritrovato una loro funebre pace; ma ogni tanto, in qualche paese, i contadini, che non possono trovare nessuna espressione nello Stato, e nessuna difesa nelle leggi, si levano per la morte, bruciano il municipio o la caserma dei carabinieri, uccidono i signori, e poi partono, rassegnati, per le prigioni.>6

39, madonna nera

 

      1861, briganti.         39   madonna nera

 

 

 

 

 

E’ così chiamata la Madonna del Sacro Monte di Viggiano. La Madonna nera contadina alla quale i briganti si rivolgevano nei momenti di maggior bisogno, come ricorda Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli. Essa è la patrona della Basilicata e presso il suo Santuario è costume dei fedeli toccare la statua con un fresco mazzo di fiori di campo e portarli a casa per custodirli.  La statua della Madonna è collocata in Santa Maria e la sua manifattura risale alla fine del XIII secolo, in età bizantina 1. Sono dello stesso periodo la Madonna con bambino nella chiesa di S. Maria d’ Orsoleo a Santarcangelo, la Madonna con bambino di S. Maria nella Badia di Banzi e la Madonna con bambino nella Chiesa di S. Lucia in Armento. Tutte sono sedute in trono, secondo l’iconografia del tempo, reggono sulle gambe un bambino benedicente e nella mano hanno un pomo che offrono. Semplici e belle, genitrici e madri. La doratura della statua della Madonna Nera di Viggiano fu eseguita intorno al 1600 e fu rifatta nel 1965. Essa, con la Madonna Nera di Monte Saraceno di Calvello e con la Madonna della Bruna di Matera, costituisce la triade delle madonne nere della Basilicata. La prima domenica di maggio si celebrano i pellegrinaggi a Viggiano e a Calvello, mentre per la Bruna i festeggiamenti si svolgono nella cinta urbana e sono fissati il due di luglio.

Il Santuario rispondeva ad un’esigenza di identificazione della comunità. Sin dall’antichità il territorio lucano ha visto l’avvicendarsi di molti santuari, com’è già stato ricordato. L’attività agricolo-pastorale scandiva i tempi per quella diffusa devozione popolare che trovava espressione nei Santuari e negli altri edifici sacri della comunità. Il 17 gennaio, a S. Antonio si benedicevano gli animali davanti alla Chiesa della Madonna del Carmine, in molti paesi. Dopo il periodo del Carnevale e della Quaresima si svolgevano, durante la Settimana Santa, le processioni del Venerdì Santo per ricordare la Passione di Gesù Cristo. A maggio, il mese dedicato alla Madonna, processioni di devoti si recavano ai Santuari e l’8 maggio, Santa Maria del Rosario, coincideva con il rientro dei pastori e delle mandrie dai pascoli bassi della marina diretti poi ai pascoli della montagna. Altre processioni si svolgevano a giugno nel giovedì dopo la prima domenica di Pentecoste, il Corpus Domini con i balconi addobbati con i fiori di stagione. A luglio cadeva l’appuntamento con la devozione alla Madonna del Carmine, festeggiata in tutti i paesi, e ad agosto, mese della mietitura, della trebbiatura e della bruciatura delle ristoppie, il 15 si festeggiava l’Assunta e il 16 S. Rocco, la cui devozione è ancora diffusa in circa sessanta paesi della regione. Settembre era il mese delle fiere e dell’Addolorata ma anche di S. Michele Arcangelo il giorno 29, quando i pastori ritornavano ai pascoli bassi della marina. Si era vendemmiato e bisognava disporsi a raccogliere le olive. A novembre, tra la notte di Tutti i Santi e la Commemorazione dei defunti, si accendevano i lumini. Una consuetudine praticata ancora oggi. Si giunge così a S. Lucia, il 13 dicembre e si è prossimi alla Natività, al Capodanno e all’Epifania.

In epoca antica, al tempo della colonizzazione greca delle coste lucane, quei popoli dedicarono alle divinità femminili i loro templi. A Metaponto, l’indagine archeologica ha attestato nell’area sacra tre templi, dei quattro complessivi, dedicati a divinità femminili: a Hera era dedicato il tempio B, ad Atena il tempio C, ad Afrodite il tempio D, solo il tempio A è dedicato ad Apollo come divinità maschile. Il culto della divinità femminile, in ambito greco, sul territorio italico è presente anche a Siris dove l’unico santuario è dedicato a Demetra. Contestualmente, in ambiente indigeno, a Rossano di Vaglio, da una serie di iscrizioni si ricava il culto di Mefitis, divinità femminile lucana. Molti furono i santuari che i lucani eressero alla divinità. Solo per quello di Rossano, il più grande di tutti, ci è pervenuto il nome femminile cui era consacrato. Nella piccola Basilicata ogni paese ha il proprio Santuario, motivo anche della notevole penetrazione del culto mariano. Molti osservatori vedono nel contatto diretto con la divinità, offerto dal santuario situato fuori del paese e dunque senza l’intermediazione del sacerdote, il motivo principale della loro vasta diffusione: <..la certezza di essere economicamente derelitti in un paesaggio maligno hanno spinto il Lucano verso il santuario fuori le mura, essendo le chiese parrocchiali governate, di solito, da un clero infido, avido e spesso ignorante anche delle cose di Dio.>2 Si contano 82 santuari presenti sul territorio della Basilicata moderna e il lucano che li frequenta, in devozione alla Madonna o ai Santi è lo stesso che litiga e protesta per i furti al demanio del comune, che contesta il barone e litiga con il clero patrimoniale. Il suo rapporto con la divinità è simile a quello che mantiene con il vicinato: e’ un rapporto familiare e confidenziale.

Tra i simulacri incoronati per decreto del Capitolo Vaticano, quello riconosciuto alla Madonna Nera di Viggiano risale al 1892, il più antico della regione.

38, caruso

 

         1861, briganti.                   38      caruso

 

 

 

 

Verso la fine della primavera del 1861, la banda di Peppe Caruso aveva fatto alcuni prigionieri tra i soldati dell’esercito. Erano piemontesi, francesi o italiani? In tutti i modi, pensò Caruso “..essi sono stranieri!”. Quelli parlavano un linguaggio che egli non capiva e ordinò il sequestro dei loro fucili e degli scarponi. Condotti al cospetto di Crocco che, com’era previsto nella gerarchia di quei ribelli, si riservava ogni definitiva decisione, i soldati si disposero ad essere interrogati. Crocco, che era allitterato e ciò era saputo da tutti, desistette dal procedere all’interrogatorio poiché quelli parlavano un linguaggio incomprensibile: diverso da quello dei signori di Potenza, da quello dei colonnelli di Napoli e diverso dal parlato dei galantuomini di Venosa e Melfi e ordinò allora di liberarli. Caruso si dispose a far eseguire l’ordine ma, allontanatosi con i prigionieri oltre le macchie di felci al limitare del bosco, li fece trucidare dai suoi sgherri. Informato dell’accaduto, spie e ruffiani non mancavano in quella oligarchia militare, Crocco ordinò la fucilazione degli uomini di Caruso: - “Sangue di giuda! No!”..la disciplina prima di tutto. Sangue di giuda.”

Non tollerava che qualcuno gli disobbedisse  e guardò torvo il contadino di Atella, da militare a militare. Caruso strinse gli occhietti neri e si tolse dalla vista del rionerese.

Quella fu per i due capibanda una giornataccia storta. La vendetta per l’affronto, Caruso non poté consumarla, perché fu catturato a sua volta e buttato in carcere. La pena inflittagli fu di venti anni di reclusione. La forza non fucilava subito i briganti come spesso faceva con i civili. Caruso era stato uno dei capi della rivolta, il braccio destro di Crocco e di cose ne sapeva... e poteva parlare!. Quante cose egli avrebbe potuto dire. Molti erano stati i briganti catturati e tra loro tanti capi. L’obiettivo principale dei soldati era la cattura di Crocco. “Preso lui, - si diceva allo Stato Maggiore- la missione di pulizia da quell’etnia d’assassini sarà finalmente conclusa!”.

Erano più di centomila i soldati scesi in Basilicata, ma ciò non era sufficiente per snidare tutta quella massa di insorti che: “Attaccavano di notte e di giorno gozzovigliavano nei boschi!”. Le operazioni in Basilicata erano affidate al colonnello Pallavicini, assurto agli onori della cronaca per aver fermato Garibaldi mentre questi si accingeva ad entrare in Roma, senza cedere la precedenza a Vittorio Emanuele.

Il Colonnello si fece portare dal carcere Peppe Caruso. Di quel brigante egli sapeva quello che molti sapevano e, in altre parole, che Filomena sua moglie, era diventata l’amante di Crocco. Ciò gli bastava e su questa notizia si apprestava a giocare le sue carte con il contadino di Atella.

 

Megghie ‘nu marite ceppone ca ‘n’amande bbarone1

 

 [ E’ meglio un marito ceppo che un’amante barone ]

 

- avrebbe detto la madre di Filomena alla ragazza, per invogliarla a prendere come marito Peppe Caruso di Atella, di venti anni più vecchio di lei. Quel consiglio non aveva portato la fortuna invocata alla ragazza: “ Hanne fatt la fattura a figghia meia!” imprecava spesso la madre.

 

Il colonnello guardava le sue scartoffie, vi scarabocchiava sopra e ghignava tra sé. Quando si volse verso il brigante, egli aveva ancora disegnato sul volto il sorriso sarcastico che le scartoffie gli avevano procurato.

Vieni più avanti!” - ordinò  il Colonnello. Quello rispose lesto al comando e si portò nel cono di luce che entrava dal finestrone. Il militare fece passare qualche istante per godersi il disagio e la tempesta che agitavano il contadino e dopo aver scritto con un gesto largo sopra un foglio che sistemò in un angolo dello scrittoio sopra altri fogli, disse al prigioniero:  Avete una condanna di venti anni ho letto nella sentenza del Tribunale. A giorni sarete mandato nel carcere di sicurezza di Vercelli, nel nostro amato Piemonte, dove sconterete la pena.. -fece una pausa-  Caruso Giuseppe! Voglio la testa di quell’assassino di Crocco e ti faccio uomo. Portamela e sarai libero di goderti una pensione nazionale. Mi intendi?” E nel dire ciò suonò il campanello che aveva in un angolo dello scrittoio.  Il contadino frastornato anche dallo scampanellio, fu invitato ad uscire da un militare mentre la voce del colonnello ingiungeva: “Pensaci bene! e domani mi farai sapere.

Il brigante fu riportato in cella.

Peppe Caruso era deluso e rattristato dalle cocenti sventure che il ricordo di Filomena gli portava.  Egli diffidava di chiunque si fosse avventurato a dargli consigli, figurarsi poi se questi venivano da uno straniero. Nel carcere gli era giunta la voce che Filomena, sua moglie, era diventata la druda di Crocco.

“Druda? E che vuol dire?”

E’ maladonna è. Ecco quello che è!”

Ed era vero? Il colonnello Pallavicini aveva fatto un buon lavoro. La voce, vera o no che fosse, da Caruso era creduta per vera  ed era ciò che al colonnello importava. Quello che stava nel carcere non era più il peppe caruso che tutti, i paesani e i briganti, conoscevano. Egli era diventato un uomo pieno di livore e assetato di vendette. Aveva vinto i morsi della fame, i pericoli della malaria, i timori delle masciate, combattuto le asprezze dei possidenti, le furberie dei massari e lottato la manomorta dei preti, le paure delle frane, le devastazioni dei fiumi e quelle degli incendi. Mai però, era stato mortificato a tanto. Quanto gli penava il tradimento di quella donna! Filomena Langerame, sua moglie!  Una ragazza per la quale egli provava un bene come fosse una  sua figlia.

Forse che sono vecchio!”

“E Donatelli non lo è?”

Sentiva che non era giusto tutto quell’accanimento che la sorte gli riservava. “Filomena la druda di Crocco- come dicevano i soldati.

Lo sentirono bestemmiare come un dannato e belare come un agnello, singhiozzava nella notte e a chi lo ascoltava si straziavano le orecchie. Un pianto inumano. Il pianto di un vecchio che piangeva per una donna! 

Caruso conosceva Crocco Donatelli e conosceva la destrezza con la quale quello cercava i nascondigli, con più vie d’uscita, ed i posti che insieme avevano frequentato. Insieme avevano scelto le balze e le forre che si aprivano improvvise, i posti d’osservazione sopra ai tratturelli, le sorgive dove sostare per ristorare le bestie e loro stessi dopo l’arsura delle scorribande. Ma poi? Lo conosceva bene Carmine Crocco Donatelli? E lei Filomena Pennacchio, che “non era una donna ma una maladonna!” la conosceva per davvero? Più di prima l’odore di lei  e il suo ricordo lo perseguitavano e ciò gli procurava dolore. Qualcosa di se quella donna lo aveva portato via ed egli, peppe caruso, lo avrebbe perduto per sempre.

La mattina all’alba chiese alla guardia di voler parlare al Colonnello. Egli avrebbe strappato il cuore a Donatelli e poi dopo a lei la maladonna, “la druda” - come dicevano i soldati. Verso il tardi Caruso chiese ancora di parlare con il colonnello. Gli fu detto che il superiore lo avrebbe ricevuto, ma che bisognava aspettare il momento che si fosse liberato  dai suoi impicci. Venne infine il momento che il contadino fu condotto all’incontro e si era verso l’imbrunire di quel giorno, tanto che al cospetto del militare egli disse a bruciapelo e senz’altro contegno: “Mi devo fidare di te, della tua parola?… è vero che hai fatto prigioniero Garibaldi?”.

Il Colonnello godeva della tempesta che travagliava quel contadino e gioiva al pensiero che le sorti della guerra in Basilicata passavano attraverso la catarsi, che si stava manifestando, in quel macigno di pietra.

Caruso! Non sei qui per fare domande.. Perdinci! Ma per darmi una risposta. Cogli l’occasione che ti offro. Portami Crocco e diventi un signore ad Atella, riverito come il parroco, rispettato come una giamberga2, temuto come il delegato. Ti faccio brigadiere della Guardia forestale!. Girerai armato e sappi che quanto ti chiedo adesso non te lo chiederò mai più. Altrimenti oggi stesso sarai trasferito!” Non aveva terminato l’esposizione del patto che subito appresso si udì la voce del contadino: “Accetto signor Colonnello. Accetto. Avrai il mortoabbottato3 che ti preme. Accetto!”

La determinazione con cui l’ atellano aderiva al proposito placò l’angoscia e il dolore che tormentavano Caruso.

Peppecaruso, piccolo e con le spalle larghe, avanzava nel bosco con dei passi corti e rapidi, scrutava con furtive occhiate i luoghi che attraversava alla ricerca delle tracce della sua preda. Era primitivo e selvatico, come un cinghiale a caccia del cibo.  Istintivo e primordiale esplodeva in una violenza bestiale. Crocco aveva saputo contenere la ferocia  fino a quando  era rimasto nella sua banda.

Caruso aveva avuto l’incarico di addestrare una squadra di soldati, i più prestanti, e procurò loro dei vestiti da paesani e li tenne nei boschi per giorni e giorni ed anche di notte e quando quelli furono pronti si mosse alla ricerca di Donatelli.

La gente lo conosceva e si confidava con lui parlandoci volentieri. Era uno di loro, uno dei capi dei uaglioni. In quel modo riusciva ad avere informazioni utili alla sua missione e nel breve volgere di una ventina di giorni tanti giovani e vecchi, briganti o no, furono arrestati. Tanti civili finirono ai ceppi, altri fucilati e altri mandati ai lavori forzati. Caruso aveva dimenticato i proclami del 7 aprile a Lagopesole ed  era preso dal proposito di vendetta particolare  e cercava, in quella guerra di bandiere, di quietare lo spasmo e i crampi allo stomaco che il pensiero del tradimento gli provocava. Godeva alla disperazione di quanti mandava alla fucilazione, godeva del dolore di quelli e ciò leniva il suo. La voce si sparse in tutti i paesi: “Peppe Caruso guida i soldati!”. Lo seppe anche Crocco mentre si spostava con una dozzina d’uomini.

Dopo due ore di marcia il gruppo di Crocco aveva alle calcagna Caruso, la futura guardia forestale.

Sangue di giuda!” imprecò Donatelli.

Non era mai accaduto che fossero inseguiti nella boscaglia e Crocco sapeva che per Caruso la boscaglia non aveva segreti. Dispose alcuni fucilieri sopra il crinale lasciandone una mezza dozzina alle pendici del costone. I cavalli erano stati rimasti giù, dietro il muro del mulino e sperava che i soldati si contentassero di quelli. Dopo una ventina di minuti si udirono schioppettate venire  da sopra la faggeta, quella rovinata dalla frana. Erano stati i soldati che, eccitati di fare l’ingaggio, avevano aperto il fuoco. Ciò fece segnalare la loro posizione. Cirasidd, che era appostato più giù di venti passi al limitare dello strapiombo, cominciò quello che sapeva fare meglio, appiccare il fuoco e lo appiccò macchia di sambuco che terminava proprio sotto la postazione dei soldati.

Quanti sono? “ chiese Crocco.

Sedici compreso u brigadiere” gli fu risposto4.

Crocco si assicurò che tutti coprissero i punti indicati. La posizione in cui si trovavano offriva uno scampo verso il canneto, ma da lì raggiunto il guado si rimaneva bloccati perchè l’impeto dell’acqua era forte per le piogge dei giorni passati. Si vedevano tonze molto grandi con dei mulinelli che facevano paura. Il fiume trasportava di tutto, anche tronchi d’alberi così grandi che poteva starci sopra un ciuccio e si vedevano masserizie e qualche carcassa galleggiare. Si trovavano in una posizione con poca copertura. Bella fine per il generale dei pezzenti!

Scurzone!”5  disse e sputò.

Donatelli era agitato e ciò era avvertito da tutti. Per la prima volta stavano subendo un’aggressione. Caruso aveva insegnato ai militi  come operare nel bosco.

Nel bosco! Madonnadelcarmine” e non si dava pace, Donatelli. L’ avesse avuto tra le mani, sarebbero stati cavoli amari per il contadino di Atella. “Curnuto e mazzìato!” avrebbero approvato tutti con soddisfazione. Passarono forse un paio di minuti ed ebbe iniziò una nuova gragnuola di colpi di moschetto. Da questa parte si rispose e dall’altra pure. Le posizioni inchiodarono i contendenti. Erano arrivati altri militi? Era un trambusto inesplicabile.

Nemmeno il tempo di darsi la risposta che si notò, dietro la posizione di Caruso, alzarsi del fumo e diventare fuoco. Il vento vi alimentava di traverso sopra la spalla del crinale dove correvano tutte le fiamme. Gli sterpeti erano umidi e facevano un fumo denso e nero. Le posizioni dei soldati furono per questo in breve guastate anzi, il panico corse sui soldatini al primo fuoco che scompaginarono il fronte al punto che molti dovettero sgombrare e si attestarono dov’era la vegetazione d’alto fusto. Si era liberato in tal modo il varco e Carmine ordinò subito ai suoi di seguirlo. Si buttarono a precipizio lungo la scarpata e guadagnarono il budello di bosco oltre il tiro dei soldati e poi furono nella palude. Erano  scese le prime ombre della sera. Avevano perso le  bestie e tutto il carico. Guadarono attraverso il canneto la palude e si ritrovarono al lato opposto. Non c’erano feriti tra di loro. Attesero i tre con Cirasidd che stavano giungendo. Si sentivano ora in lontananza echi di voci estranee. Il bosco divampava e cacciava bagliori azzurri e verdi. Forse era di quel colore la faccia di Caruso, il tizzone di Pallavicini sentenziò Crocco, ricevendo l’approvazione degli altri. Il viso oscuro di Donatelli tentava un improbabile sorriso: aveva assaggiato i morsi della paura!

Scendeva intanto la notte. Il cielo si affollò di un popolo di stelle, bianche e lucenti, ed era come si fosse sparsa una voce che fece accorrere in quel punto tutte le altre e la luna fu generosa con i fuggiaschi e stette più del solito, fino a che non ebbero un sicuro riparo. 

Quello scontro tra Crocco e Caruso si raccontò dai padri ai figlioli, stretti intorno alle  focagne delle case nere del Monte Vulture la sera, prima di andare a dormire.

37, acerenza

 

            1861, briganti.           37    acerenza

 

 

 

 

 

Il nome di questa località ricorre in un’epistola di Papa Gelasio I del 494 d.C. nella quale è menzionato Giusto quale vescovo di Acheruntia.  Acheruntia, il nome latino dell’attuale Acerenza, era una fortezza ben guarnita ed era sede ambita. Sulla sua cattedra fu eretto il busto marmoreo di S. Canio, vescovo di Giuliana d’Africa che fu poi identificato in <..Giuliano l’Apostata, l’anticristo del IV secolo.>1. Da sempre Acerenza era stata avamposto della Cristianità. Già Costante II, Imperatore di Bisanzio, cercò vanamente di conquistarla e stessa sorte toccò ai Saraceni di Apollofar che, dopo aver edificato Tursi e occupato Tricarico e Venosa, non riuscirono nell’intento di espugnare Acerenza, la roccaforte cristiana. Solo nel 968 quella sede Vescovile, assieme a quelle di Tursi, Matera e Tricarico, sarà sottoposta alla giurisdizione del Vescovo greco di Otranto e alla cristianità rimase ascritta solo la diocesi di Montepeloso, come argomenta Tommaso Pedio in Origini e vicende delle prime chiese lucane2.  Con la venuta dei Normanni Acerenza riprende il suo ruolo di avamposto della Cristianità in Basilicata ed è elevata a sede metropolitana. Suffraganee di Acerenza diventano le diocesi di Venosa, Potenza, Tricarico e Tursi. I Normanni operano sul territorio quali difensori e custodi della cristianità e, in questo periodo si assiste in Basilicata all’edificazione di molte Cattedrali e all’istituzione di altre sedi Vescovili.

I lavori per l’edificazione della Cattedrale di Acerenza sono diretti da Pietro di Muro. Sul territorio della regione sono presenti molti ordini Benedettini che saranno avvicendati dai Francescani quando giungeranno gli Angioini. Questi ultimi spostarono la capitale del Regno da Palermo a Napoli, così che non solo il Vulture, ma anche il resto della regione reciterà un ruolo secondario. 

Oggi in un ipotetico itinerario dedicato a quei monumenti della Cristianità, s’incontrerebbero Cattedrali a Melfi, a Rapolla, a Lavello, a Venosa, ad Acerenza, a Potenza, a Marsico Nuovo, a Muro Lucano, a Tricarico, ad Irsina (Montepeloso), a Matera, ad Anglona e a Tursi. Quelle cittadine furono tutte sedi vescovili e sedi vescovili furono anche Satriano, Montemilone e Grumento. Il patrimonio storico artistico in esse contenuto è di grande rilevanza per la conoscenza delle maestranze pugliesi, campane e locali che si avvicendarono alla confezione di affreschi, statue, mosaici, pitture, miniature, codici, pergamene, platee e oggetti di oreficeria sacra e di arredi.

La rete diocesana della Basilicata si è nel tempo modificata. All’inizio del 1400 scompare la sede di Satriano e nel 1500 Rapolla è unita a Melfi. Intorno al 1800 la diocesi di Montepeloso rimase senza Vescovo (costretto alla fuga monsignor Lupoli coinvolto nei fatti del 1799) e nel 1818 fu unita a Gravina. In quello stesso anno la sede di Lavello fu unita a Melfi e Marsico a Potenza. Negli anni ’50 Tricarico divenne suffraganea di Matera e Montepeloso, divenuto nel frattempo Irsina, fu unita a Matera. In quegli anni le sedi Arcivescovili erano tre, Acerenza, Potenza e Matera. Già il Pani Rossi, nel secondo libro dei tre dedicati alla Basilicata, ritiene numerose le sedi Vescovili presenti sul territorio della provincia di Basilicata: “Tra questa rete o maglia fittissima ha da districarsi l’autorità civile…campo trincerato in cui destro è davvero chi valga ad armeggiarvi…Allora sollecita è la conclusione nostra...una sola provincia e una sola diocesi”3. La proliferazione delle sedi era dovuta ad un sistema che vedeva intrecciati le aspirazioni improntate ai principi tridentini e le necessità che scaturivano dalla gestione del patrimonio ecclesiastico, diffuso in tutti i paesi, piccoli e grandi del Regno. La storia della chiesa, in questa parte dell’Italia pre unitaria continua ad essere storia del clero ricettizio e storia della gestione economica del patrimonio della mensa vescovile. Il popolo era lontano a cercare conforto nei santuari e nei paesi era stordito e annebbiato dalle spire della magia e della superstizione.  La chiesa ricettizia gestiva un patrimonio laico, pur essendo il sacerdote, una carica d’investitura ecclesiale. Alla mensa non potevano partecipare i forestieri e anche al Vescovo era fatto impedimento dal modificarne il fenomeno e il sistema economico di qualsiasi comunità ne era fortemente sollecitato. La distanza verso i valori spirituali, rappresentati dal vescovo, era spesso molto marcata in favore di quelli di natura materiale. Sarà con l’avvento del decennio francese, insieme all’eversione dalla feudalità, che anche il sistema delle chiese ricettizie sarà mortalmente colpito. La storia delle popolazioni del mezzogiorno, insieme allo studio del territorio, come aveva dimostrato Giustino Fortunato, passava soprattutto attraverso lo studio dei fenomeni economici che un sistema politico chiuso, quale il perdurante dominio borbonico aveva favorito.

Il 21 Agosto 1976, la chiesa di Potenza assumeva il ruolo giuridico di sede metropolitana per la Basilicata e la Cattedrale di S. Gerardo diveniva, per titolo concesso da Giovanni Paolo II, Basilica Pontificia Minore.

36, occupazione delle terre

 

   1861, briganti.  36occupazione delle terre

 

 

 

 

 

La battaglia per la terra non cessò con la morte di Giuseppe Novello, il contadino di Montescaglioso ucciso da una raffica di mitra sparata da un poliziotto durante una manifestazione. Da quella vicenda il movimento per l’occupazione delle terre incolte ne uscì rinvigorito e più determinato. Così ricorda Vincenza Castria, le giornate di lotta che precedettero quel 17 dicembre 1949 in cui perse la vita Giuseppe, suo marito: <...migliaia di ettari di terra incolta vi era nel nostro agro, pronta nell’attesa di essere lavorata e fecondata per dare campi d’oro di spighe mature per sfamare i nostri figli, i nostri vecchi e la popolazione che ne aveva tanto bisogno…Decine e decine di riunioni, di discussioni, di timori, finché si decise unanimemente: si parte all’attacco del latifondo!…Ricordo l’ansia di quel mattino…Lo aprivano i lavoratori a dorso dei loro cavalli, muli, asini, portavano le bandiere rosse sventolanti, sembravano voler infondere fiducia e speranza alla loro impresa.>1. Quel giorno i contadini strapparono 4500 ettari di terra incolta e bisognosa di essere lavorata. A Marzo del 1950 si ebbe una nuova ondata di occupazioni, per opera dei contadini di Irsina, di Matera, di Stigliano e di S.Mauro Forte. Il problema della terra era antico. Subito dopo l’Unità, i Prefetti di Potenza dovettero affrontarlo. Ecco cosa dice R. Giuralongo: <La questione demaniale nacque, come è noto, quando all’interno del mondo contadino meridionale venne a maturare una maggiore consapevolezza della terra come risorsa economica individualmente accessibile e cioè sul finire del XVIII secolo, quando più acuta si era fatta la pressione sociale e demografica nelle campagne, e quando più di prima dal seno dell’indifferenziata società contadina veniva emergendo il nuovo ceto della borghesia rurale: allora più ingiusto era apparso il gravame esterno, feudale o ecclesiastico che fosse.> In tal senso agitazioni  demaniali in Basilicata si ebbero sin dal 18212. La ripartizione dei demani comunali effettuati nel 1862 e 1863 dai Prefetti della Basilicata, in 58 comuni, non poteva risolvere un problema così grave che continuerà a trascinarsi ancora per altri decenni. All’inizio del’ 900 ai militi contadini della prima guerra mondiale fu promessa la terra! Ad Irsina, l’11 e il 12 maggio del 1917, manifestarono le donne contro la guerra: “Vogliamo i nostri mariti!” gridavano alle autorità, avendo il Governo tolto dalle loro case gli uomini e quindi il sostentamento ad un’economia familiare già misera3. In quel clima arroventato Giustino Fortunato, in veste di Presidente del Consiglio, venne accoltellato nella sua stessa Rionero da un contadino che lo riteneva fautore della guerra. Alla fine di quella guerra la questione delle terre demaniali sarà il motivo dominante delle rivendicazioni popolari, specie nel Sud d’Italia dove diffuso era il latifondo. Al ritorno dalle trincee i reduci furono organizzati dai nascenti partiti, popolare e socialista, il cui motto comune era: “La terra a chi la lavora!” e “ Terra non guerra!”. Nel 1920 alle elezioni amministrative si registrò, per la prima volta, il successo dei socialisti nei comuni di Irsina, Pisticci, Matera, Ferrandina, Venosa, Lavello, Palazzo, Brienza, Barile4, sui 130 comuni della Basilicata. Quella fiammella di speranze pareva fosse l’inizio del cambiamento auspicato ma quelle illusioni furono spazzate via dall’ondata di nazionalismo crescente così che, di rivendicazioni per le terre incolte, non se ne parlò più per tutto il successivo ventennio.

Alla fine del secondo conflitto mondiale riprese rinvigorita la rivendicazione. Già nel 1943 esplosioni di popolo avvennero a Genzano, Maschito e ad Irsina dove, un tumulto di gente uccise il segretario comunale. Nel 1944 il Ministro Gullo finì col concedere sei decreti che definivano, tra l’altro, la disciplina delle terre incolte. L’annata siccitosa della primavera del 1945 scatenò vere e proprie battaglie, a Lavello, Montescaglioso, Bernalda, Irsina, Salandra, Rionero, Matera e a Ferrandina. In quest’ ultimo paese  la folla uccise l’ex podestà5. Il Prefetto di Matera, Aurelio Ponte, scriveva preoccupato al Ministro degli interni: <I contadini della provincia di Matera non si limitano più a occupazioni simboliche, ma vanno sulle terre, le arano e le seminano e non se ne vogliono più andare>. Era iniziata l’occupazione delle terre6. Nell’aprile del 1947 a Potenza la polizia sparò sulla folla che assediava il Palazzo del Governo uccidendo due dimostranti. Le occupazioni si susseguirono in un clima di forti tensioni.

Alla ricerca di equilibri dignitosi rivendicati sia dalle forze progressiste, con il Fronte popolare, sia dagli stessi conservatori si giunse alle elezioni del 1948 che sancirono la vittoria dei Popolari cattolici. Ad ottobre del 1950 il Governo monocolore democristiano promulgò la legge stralcio di Riforma Agraria. Fu una grande vittoria: intere generazioni si erano battute per quel risultato. I contadini caricarono di masserizie i traini e, insieme alla prole, si portarono nelle case di campagna che l’Ente Riforma Fondiaria aveva fatto costruire.

Finalmente trovava conclusione la rivendicazione di quanti avevano gridato: “La terra a chi la lavora.” e “Terra non guerra.”

35, villaggi neolitici

 

      1861, briganti.        35   villaggi neolitici

 

 

 

 

 

Il Museo Nazionale Archeologico Domenico Ridola di Matera è stato istituito con la legge del Parlamento Nazionale n. 100 del 9 febbraio del 1911. In quello stesso anno, ad ottobre, il Comune deliberò la cessione perpetua, in forma gratuita dei locali dell’ex Convento delle Clarisse per essere destinati ad accogliere quella collezione che il Senatore Ridola aveva ceduto allo Stato. Aveva 30 anni Domenico Ridola quando nel 1872 fu letteralmente preso dal fuoco dell’archeologia. Quell’attività egli la condusse in tutto l’agro della città, sconfinando inevitabilmente in quello degli altri paesi confinanti e trovò degna conclusione nel 1932 quando il senatore aveva raggiunto l’età di 91 anni. Nei circa sessanta anni di ricerca raccolse una serie impressionante di materiali che testimoniano ancora oggi, il variegato avvicendarsi di culture umane su questa parte lucana dell’altopiano delle  Murge. Il materiale è databile a partire dal Paleolitico inferiore (mediamente +500.000 anni), fino alla ceramica indigena ascrivibile ad un tempo intorno al VII sec. a.C. Raccolse peraltro testimonianze della colonizzazione greca e materiali dell’epoca romana e raccolse anche oggetti di legno dell’arte popolare, così come armi e colonne, capitelli e stemmi vescovili e cannoni di epoca napoleonica. La sua collezione aveva un’adeguata biblioteca in cui confluirono nel tempo il cosiddetto lascito Giordano e il fondo Gattini.  A parte tutta questa pregevole materialità che diede un’impronta inconfondibile alla sua collezione archeologica, facendola conoscere principalmente come collezione preistorica, un merito particolare di Domenico Ridola è di aver scoperto tante località della murgia materana come Serra Rifusa, Palombaio dell’Annunziata, Pietrapenta e San Martino, tutte riconducibili, per il tipo di materiale, al paleolitico inferiore. Al paleolitico medio appartengono le località di Santa Lucia, Cozzica, Serra Pizzuta, Lucignano  tutte in agro di Matera mentre Murgia S. Andrea in agro di Montescaglioso e Petito in agro di Miglionico. Nell’agro materano scoprì la Grotta dei pipistrelli e la Grotta funeraria, ascrivibili al paleolitico superiore e in entrambe effettuò scavi sistematici. Quello di Domenico Ridola fu un contributo immenso per la conoscenza del territorio di Matera e, in generale, del paleolitico della regione. Al successivo periodo neolitico appartengono tutte le sue scoperte più importanti. Egli individuò nove villaggi trincerati e una serie impressionante di altre località, a testimonianza di un’alta concentrazione di villaggi neolitici nella zona dovuta ad un forte incremento demografico su tutta l’area. Da queste località provengono materiali, in serie formidabili, che contribuiscono a caratterizzare ancora di più l’Istituto museale materano. Tuttavia la grandezza di questo straordinario personaggio risiede anche nel contributo scientifico che egli seppe dare alla comunità archeologica nazionale del tempo.  Egli per primo formulò l’ipotesi, poi condivisa dai maggiori studiosi, circa l’interpretazione dei fossati intorno ai villaggi: un uso difensivo, egli sostenne, piuttosto che fosse di scarico o vie di comunicazioni. Altro fondamentale contributo alla conoscenza del neolitico italiano fu la lettura e l’interpretazione della ceramica di Serra d’Alto assunta dalla comunità scientifica del tempo come eponimo di un tipo di ceramica evoluta tecnologicamente, per la presenza dello strato di figulina e per le particolari decorazioni geometriche fatte di spirali, meandri, scacchiere, reticoli, losanghe. La ceramica neolitica di Serra d’Alto di Matera è un capitolo importante per qualificare la produzione ceramica del suo più importante artefice, l’uomo di Cro-Magnon. Con Ridola si apprende che Serra d’Alto segna anche un limitare importante nell’evoluzione delle genti di quel periodo. Scompaiono i modelli di villaggi trincerati e i fossati sono riempiti e colmati. Si affacciano e si affermano nuove genti che, oltre ad avere una tecnologia evoluta, sono ordinati nell’assetto sociale secondo modelli gerarchizzati. Con le genti di Serra d’Alto i villaggi sono senza trincee, aperti! Si chiude nel migliore dei modi l’attività archeologica del senatore e medico nativo di Ferrandina.

Nuove ricerche1 di superficie  hanno arricchito di quattro nuovi villaggi trincerati l’area materana, già cospicua per le scoperte del Ridola, così che complessivamente il loro numero sale a tredici: Serra d’Alto 1, 2, 3, Murgecchia, Murgia Timone, Trasano, Trasano Masseria, Trasanello Cementificio, Trasanello Incompleto, Verdesca, Tirlecchia 1, 2, 3.

Il percorso espositivo del Museo per la parte preistorica inizia con le vetrine a muro dedicate al paleolitico inferiore, in cui sono visibili ciottoli scheggiati, bifacciali, amidgale e raschiatoi che richiamano le culture Abbevilliana, Acheuleana, Clactoniana, Levalloisiana2. Esse provengono dall’Altopiano di Matera, dalla sua Gravina, dalle grotte dei Pipistrelli e Funeraria e dalle località legate all’indagine del suo fondatore. Nella zona di Trasano, in seguito a lavori dell’Acquedotto pugliese nel 1972, fu messo in luce: <..un deposito archeologico di spessore consistente>. Il ritrovamento più eccezionale sostiene  Giovanna Radi 3 < è quello di un grande muro che attraversa il sito con andamento Sud-Nord descrivendo un’ampia curva; la monumentale costruzione è formata da due paramenti di grossi blocchi di calcare locale sistemati di piatto…si tratta della più antica struttura in pietra di tale importanza nota in Italia>. Nel passaggio tra il Neolitico e l’età del Bronzo s’inserisce una fascia di tempo, l’Eneolitico, in cui è molto frequente la presenza di ossidiana. Oggetti di ossidiana sono presenti nelle vetrine del corridoio della preistoria del Museo e sono il segno di un’evoluzione notevole negli spostamenti, sia in ingresso sia in uscita. Quelle genti barattano i prodotti dei loro artigiani con altre genti che vengono da molto lontano.

34, soldato piemontese

 

   1861, briganti.       34   soldato piemontese

 

 

 

 

 

<Complessivamente l’esercito nazionale impegnato in Basilicata per reprimere il Brigantaggio, fu composto da 148 reggimenti di fanteria, 51 “quarti“ battaglioni di altri reggimenti, 22 battaglioni bersaglieri, 8 reggimenti di cavalleria, 4 reggimenti d’artiglieria.>1 Un deputato, Giuseppe Ferrari, alla Camera di Torino, così si esprimeva: <…potete chiamarli briganti, ma i padri di questi briganti hanno due volte rimesso i Borbone sul trono di Napoli.. Ma in che consiste il brigantaggio? Nel fatto che 1500 uomini tengono testa a un regno e ad un esercito, ma sono semidei, dunque, sono eroi!…>2 A Trivigno, nel novembre del 1861, i briganti saccheggiarono le case dei più facoltosi liberali e il bottino era costituito da masserizie ed alimenti. Dopo la dipartita dei rivoltosi giunsero i soldati piemontesi. Nelle case rovistate  e saccheggiate era evidente il disordine e lo scempio ma i soldati non trovarono morti. Radunata la popolazione i militi  promisero il perdono a chiunque si fosse presentato e restituito il bottino. Lo fecero in sessantaquattro. Era tutta gente denutrita e cenciosa, scalza e malarica. Furono chiusi nel Castello e prima che andassero via i soldati li adunarono davanti alla chiesa e li…..fucilarono tutti!.

 

Avesse, vurria: è la recchezza lli poveriedde 3

 

[ Avessi, vorrei: è la ricchezza dei poveri. ]

 

I briganti quando erano fatti prigionieri e non erano in grado di dare informazioni erano passati direttamente per le armi! A quelle esecuzioni assistevano il parroco e, loro malgrado, il resto della popolazione. Erano questi i metodi utilizzati dal nuovo governo per civilizzare la popolazione. Qualcosa di simile a tutto ciò stava accadendo anche nel West americano dove gli indiani erano sistematicamente spinti nelle riserve4 dai cannoni dei bianchi.

Durante il 1862, in tutto il Regno delle due Sicilie, si ebbero 15665 fucilati, 1740 imprigionati e 960 uccisi in combattimento. I meridionali emigrati all’estero furono in quell’anno 6800 persone. Il Piemonte risultava lo stato più indebitato d’Europa. Ad un sistema fiscale mite, quale era stato quello di Francesco II, per le province meridionali del Regno, si andava sostituendo uno più gravoso per cui le imposte aumentarono del 32%. Si andava avverando quanto aveva detto Emanuele Filiberto di Savoia: <L’Italia? E’ un carciofo di cui i Savoia, mangeranno una foglia alla volta.>5.

I soldati non si comportavano da meno dei loro uomini politici e  come in un conflitto rusticano, alle atrocità dei banditi, essi rispondevano con le fucilazioni dei civili, la distruzione di paesi interi, l’incendio di foreste, di macchie e di boschi. Il meridione era trattato peggio di una colonia, alla stessa maniera di quanto andavano facendo le potenze coloniali europee in Africa, in Asia e nelle Americhe. 

Il Generale Cialdini badò a stendere un cordone di isolamento intorno allo Stato Pontificio, da cui si sospettava giungessero le armi, il denaro e gli ordini per i ribelli. Egli provvide inoltre a dare una maggiore sorveglianza al Clero del Meridione ritenuto il vero sobillatore di tanta insorgenza. Non furono risparmiati gli alti prelati a cominciare dal Cardinale Riario Sforza di Napoli e di tanti altri e numerosi Vescovi, espulsi, incarcerati o messi in fuga. Oltre all’impiego di cannoni e fucili, i Generali Cialdini  e Pallavicini promossero anche  campagne di corruzione e di intrighi: è tristemente noto l’accordo con il brigante Giuseppe Caruso. Gaetano Negri, futuro sindaco di Milano e milite in quegli anni in Basilicata, scriveva: <Io sono ributtato da questa guerra atroce e bassa dove non si procede che per tradimenti e per intrighi, dove spogliamo il carattere di soldati per assumere quello di birri, e sospiro all’istante di abbandonare questa atmosfera di delitti e di bassezze.>6

33, tommaso pedio

 

        1861, briganti.      33   tommaso pedio

 

 

 

 

 

Tommaso Pedio nacque a Potenza nel 1917. Per circa un ventennio, il professore tenne cattedra di storia moderna all’Università di Bari. Egli fu autore di numerosi libri, di articoli e di recensioni sul mezzogiorno e la sua storia e, in generale, sulla questione meridionale. Fu costante il contributo che diede al reperimento delle fonti storiche, mirate alla ricostruzione dell’identità della Basilicata, allo scopo di diffonderne la conoscenza. Nel 1972 ottenne il Premio Basilicata per la saggistica, con l’opera Storia della storiografia lucana. Di quella sezione egli divenne in seguito presidente, carica che conservò per ventisette anni. Come prefazione ad uno dei suoi principali lavori, La Basilicata dalla caduta dell’impero romano agli Angioini, così egli scriveva: <Pensosi dell’avvenire e convinti che bisogna conoscere il proprio passato per non essere condannati a riviverlo, cercheremo – presenti nel nostro tempo - di ricostruirlo per scoprire in esso l’origine e le cause dei problemi che, ancora insoluti, tormentano il nostro paese e la nostra generazione.> Dopo la sua morte, la moglie Rosa Diamante testimoniava: < Nel suo lavoro di storico ha animato un mondo di giusti e di sconfitti, poiché amava i vinti e le vittime con la sua acredine di accusatore delle cattive coscienze, dotato del suo illuminismo pungente e disilluso.>1 Tommaso Pedio è da considerarsi un monumento per la nostra Regione. Alcune sue opere sono conservate presso la Library of Congress di Washington. Il professor Pedio trovò anche il modo di scrivere per i ragazzi la Storia della Basilicata raccontata ai ragazzi, edita nel 1993 per i tipi della Congedo editore. Così come pensò ai giovani con La Storia della Basilicata raccontata ai giovani edita nel 1996 da Appia 2 di Venosa. In mezzo ai giovani egli stette negli anni dell’Università. Dal suo insegnamento loro apprendevano il modo di giungere, insieme, all’analisi degli avvenimenti e ai fattori economici che li avevano preparati. Non sarebbe completo il nostro ringraziamento a questo straordinario personaggio se non ricordassimo l’elenco dei suoi lavori, ricostruito da Santino G. Bonsera che si riporta integralmente:

 

Tommaso Pedio, storico e meridionalista, era nato a Potenza il 17 novembre 1917. Prima di dedicarsi agli studi storici si è interessato ai problemi del Mezzogiorno: del 1944 è una sua “ Storia della Questione Meridionale”, ed. Rinascita. Ha svolto notevole attività pubblicistica ed è stato redattore per l’Italia della rivista “ Controcorrente” di Boston. Nella sua attività di penalista ha pubblicato, tra l’altro, una monografia su “ La   

soppressione del neonato per causa d’onore”, ed. Giuffrè, 1954, ed ha collaborato alle maggiori riviste italiane di diritto penale (cfr.Dizionario bibliografico delle riviste giuridiche italiane, a. 1956-1961) e alcune sue arringhe sono state pubblicate: “ Contro Franco in difesa della libertà dei popoli”, Corte di Assise di Genova, 14 novembre 1950 in AA.VV., “ Protesta umana”, Genova, 1951, pp. 90 ss; “ La rappresaglia nazifascista a Rionero in Vulture”, Corte di Assise di Potenza, 20 Luglio 1951, in “ La Corte di Assise”, a. 1954, pp. 257 ss; ” Libertà e religione-difese di T. P. innanzi alle Corti di Assise Italiane”, Boston, 1952; “ Gli obiettori di coscienza in Italia – Arringhe di T. P.”. New York, 1953. Studioso della storia del Mezzogiorno e della Questione meridionale e, in particolare della storia della Basilicata, ha insegnato per oltre vent’ anni Storia moderna nell’Università di Bari e ha pubblicato nel 1977 una storia di quella Università. Accademico Pontaniano, presidente Premio Basilicata Sezione saggistica, vice presidente della Società di Storia Patria per la Puglia, ha fondato nel 1981 con Mario Spagnoletti e dirige “ Studi storici meridionali”. Ha pubblicato tra l’altro “ Storia della storiografia lucana”, Bari, 1964, ed anastatica Osanna, 1984;” Avviamento allo studio della storiografia medievale”, Bari, 1969; Storia della storiografia del Regno di Napoli nei sec. XV I- XVII”, ed. Frama’s, 1973; “Saggio bibliografico sulla Basilicata dalle origini del Risorgimento alla repressione del brigantaggio (1700-1870) ”, Potenza, 1961, ed. anastatica Forni, 1975; “Cronache e studi venosini”, Ed. Appia 2, 1995; “ La storiografia della Basilicata fra l’età delle riforme e il Risorgimento”, Ed. Radici, 1993; “ Dizionario dei patrioti lucani- artefici ed oppositori (1700- 1870) ”, voll. 5, Bari, Soc. Storia Patria 1969- 1990; “ Storia della Puglia”, Ed. Capone, 1996; “ La Basilicata dalla caduta dell’Impero Romano agli Angioini”, voll. 5, Ed. Levante, Bari, 1987-1989; “ Per la storia del Mezzogiorno nell’età medievale”, Matera, Ed. Montemurro, 1968, (ed. definitiva in G. Fortunato, “ Badie feudi e baroni della valle di Vitalba” a cura di T. P., ed. Laicata, 1969, vol. III pp.5 – 630); “ Napoli e Spagna nella prima metà del Cinquecento”, Bari, Cacucci, 1971; “ Gli Spagnoli alla conquista dell’Italia”, Editori Riuniti Meridionali, 1974; ” Bari tra il XVI - XVII secolo”, Bari, 1974; “ L’età di Pietro il Grande”, Bari, Cacucci 1973; “ Baroni galantuomini e contadini nell’età moderna”, Bari, Ed. Levante, 1982; “ Massoni e giacobini nel Regno di Napoli - La congiura del 1794”, Bari, Ed. Levante, 1984; “ Giacobini e Sanfedisti in Italia meridionale”, voll. 2, Bari, Adriatica Editrice, 1974; “ Uomini aspirazioni e contrasti nella Basilicata del 1799”, Matera, 1973;” La Basilicata del 1799”, Matera, Montemurro, 1961, ed. anastatica, Matera, 1973; “ Il 1799 in Terra di Bari, Ed. Laterza, 1970; “ L’eversione della feudalità”, Bari, 1981; “ Vendite carbonare in Terra di Bari”, Bari, 1991; “ La Basilicata durante la dominazione borbonica”, Matera, 1961; “ Il 1848 in Capitanata”, Foggia, 1981; “ Classi e popolo del Mezzogiorno d’Italia alla vigilia del 15 Maggio 1848”, Bar, Ed. Levante, 1984; “ Vita politica in Terra d’Otranto 1855- 1874”, Lecce, 1978; “ Vita politica in Italia meridionale 1860- 1870”, Potenza, 1966; “ Vita politica in Terra di Bari 1861- 1882” ,Bari, 1987; “ Brigantaggio meridionale ( 1806- 1863)”, Ed. Capone, 1987; “ Inchiesta sul brigantaggio”, Ed. Lacaita , 1983; “ Aspetti della vita italiana dall’Unità alla prima guerra mondiale ( 1860- 1914)”, Matera, Montemurro, 1971; “ Terra di Bari dalla guerra doganale con la Francia all’età giolittiana ”, Camera di commercio di Bari, 1982; “ Cento anni di storia lucana- La Basilicata dal 1883 ad oggi”, Banca pop. Cop. Pescopagano, 1985; “ La Basilicata negli ultimi cento anni”, Appia 2, 1994. Oltre una “ Storia della Basilicata raccontata ai ragazzi”,  E. Congedo, 1994, ha pubblicato anche “ I paesi continentali del Regno di Sicilia nella descrizione di Edrisi” nella traduzione di Amari, Cosenza, 1968 poi in SSM, a. XIV (1994), pp. 7 ss. Ha pubblicato la “ Relazione di Filippo Bernardi (a. 1716) sui frati minori Cappuccini di Puglia e Basilicata”, Bari, 1985; “ L’inchiesta Gaudioso ( a. 1735-36)”, sulla Basilicata, Bari 1965, ed. definitiva in “ La Basilicata borbonica”, ed. Osanna, 1987, pp. 39 ss.; le lettere di Von Riedesel a Winkelmann, Ed. Capone, 1979; la relazione del De Salis Narschlins sul viaggio “ Nel Regno di Napoli”, Ed. Congedo, 1979; le relazioni del Galanti sulle provincie pugliesi, Ed. Rubettino, 1982;” La Statistica Murattiana sulla Basilicata”, Potenza, 1964, ed. definitiva in “ La Basilicata borbonica” cit., pp. 87 ss.; la relazione Moschetti sulle “ Industrie nelle provincie continentali nel Regno delle Due Sicilie ( 1815 – 1857)” e quelle del Quaranta e del Rossi Strade ferrate nelle province napoletane ( 1855 – 1859), Ed. Capone,

1984; le monografie di Giustino Fortunato sulla valle di Vitalba, Ed. Laicata, 1968; “ La Basilicata” di Cesare Malpica, Ed. Osanna, 1993; la “ Relazione” sul 1861 in Basilicata di Camillo Battista, Ed. Tarsia, 1993; le “ Memorie” di Carmine Crocco e il “Diario” di Josè Borjés, Ed. Lacaita, 1964; “Le lettere di Giustino Fortunato ad Ettore Ciccotti”, Bari, Ed. Levante, 1982. Ha  curato inoltre una raccolta di scritti e discorsi di Giovanni Bovio, ( La battaglia politica di G. B.”, Bari, Cacucci, 1976) e di Ettore Ciccotti (“ Socialismo e Libertà”, Bari, Ed. Levante, 1983) e gli “ Scritti minori” di Romualdo Trifone, Bar, 1966. Alcuni suoi studi su “ Brigantaggio e Questione meridionale” sono stati raccolti e pubblicati nel 1979 da M. Spagnoletti, ora in seconda edizione, Bari, Ed, Levante, 1986; altri, a cura di S. G. Bonsera, su “ Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento”, Ed. Capone, 1992, e, ripresi, dalle sue dispense universitarie 1969-70, gli “ Appunti per una storia della emancipazione della donna”, Ed. Calice, 1996.   

32, cultura materiale

 

        1861, briganti.     32  cultura materiale

 

 

 

 

 

Utensili essenzialmente in legno, argilla e metallo.

Costruiti da maestranze del posto; i figuli, i fabbri e i maestri d’ascia. Servivano ai muratori, ai sellai, ai ramai.

Oggetti che usavano i barbieri, i vinai, il nonno, la mamma. Oggetti grandi, oggetti piccoli. Oggetti lunghi e pesanti, lucidi, opachi.

Oggetti per il fuoco e per l’acqua. Da appendere, da sollevare, da tirare; oggetti per spaccare, per segare e per spezzare. Oggetti per la casa, per conservare, impastare, cuocere, pulire, e per la campagna. Oggetti per l’olio, il grano, il vino.

Oggetti per lavorare i campi, per governare gli animali, per rassettare la casa. Oggetti quotidiani e oggetti per i tempi lunghi.

Oggetti della memoria, oggetti di culto, oggetti comuni, oggetti personali.

Oggetti dolci e oggetti amari; oggetti delle donne, di Lelena, di Nicolina, di Silvana, di Rosanna, di Rossana. Oggetti maschili. Oggetti di lei, di lui. Oggetti miei.

Oggetti caldi, profumati, puliti; oggetti neri, verdi, oggetti di luce, per la luce; oggetti di morte, di bambini. Oggetti della nonna.

Gli oggetti del curato, del sacrestano, dell’altare, della navata e del campanile.

Oggetti che suonano, che zittiscono, che sculacciano. Oggetti adulti.

Oggetti bianchi e innocenti; oggetti per viaggiare, pensare, amare, confessare e oggetti per estirpare, schiodare, staccare, bruciare; oggetti dell’offesa. Oggetti della mattina, biondi, infantili, gentili.

Oggetti come le scarpe per esempio. Erano fatte dal calzolaio e riparate dal ciabattino.

Il calzolaio provvedeva in paese a creare su misura le scarpe; quelle da paese e quelle da campagna. Tagliava le tomaie, le cuciva e le montava sulle “ forme”. Le tomaie erano di pelle di vacca e le suole, molto spesse, erano cucite a mano con lo spago che era preventivamente ritorto con il fuso, quindi passato con la cera e infine con la pece. Lo spago era formato da cinque o da sei capi intrecciati a loro volta, ed alla sua punta era aggiunta una setola di maiale per il passaggio nei buchi ricavati da un ferro corto, sottile e curvo: la lesina. Le scarpe in lavorazione erano indurite alla punta e al tallone con forme di cuoio. Il tacco e la suola, per le scarpe da campagna, erano armati con chiodi di ferro dalla testa larga, sia lungo i bordi sia su tutta la superficie. Il ciabattino invece era l’artigiano che riparava le scarpe, le risuolava, le faceva ritornare nuove1.

Oggetti della cultura materiale.

Erano di Domenico, di Francesco, di Salvatore, di Pasquale, di Nannina. Li voleva Giovanni, li aveva Nunziata, Femina, Rocco, Maria Saveria; li usava Andrea, Pasquantonia, Sabatino. C’erano quelli di maggio.

Altri si usavano a dicembre, da gennaio fino a febbraio. A settembre, altri e diversi.

Quelli d’aprile si usavano anche a marzo e maggio.

Si asciugavano, si conservavano: attenti alla ruggine e ai tarli!: erano il secchio, il panchetto, il marchio da fuoco, quello per il pane, la tenaglia, la lucerna, le forbici, il mortaio, il fiscello, l’ombrellone da campagna, l’organetto, la nasiera, il pestello, il setaccio, la legna da ardere, il basto, la sonagliera, la banderuola, la capezza, il sellino, la frusta, la striglia, il barile, l’aratro, il vomere, il giogo, il bilancino, le falci, i ditali, il forcello, il rastrello, la stadera, la bilancia a due piatti, il mezzetto, la fiaschetta, la bigoncia, l’orciuolo, il crivello, la trappola, il telaio, il subbio, la navetta, l’orditoio, il telaietto, la manta2.

<…il mondo rurale si è trovato in uno stato di subordinazione a tutto ciò che proveniva dalla cultura egemone cittadina; tutto ciò che proveniva dalla città assumeva quindi il sapore di qualcosa di ottimale…la civiltà contadina ha via via perso o impoverito considerevolmente il patrimonio culturale di cui era portatrice.. Occorre a questo punto che la classe lavoratrice contadina storicizzi la propria cultura attraverso il recupero di tutto ciò che di essa rimane.>3.

Nell’ambito della mostra archeologica sul Cibo degli Dei, Alimentazione nel mondo antico in Basilicata, inaugurata tempo fa presso il Museo Nazionale Archeologico Domenico Ridola di Matera e riproposta ultimamente per la VII settimana dei Beni culturali, sono visibili apparati ceramici e in metallo, atti alla confezione del cibo nelle diverse culture che si avvicendarono sul territorio lucano. Sono in mostra materiali neolitici, altri appartenenti alle genti che colonizzarono le coste, altri utilizzati dalle popolazioni indigene.  Essi provengono da ritrovamenti tombali o da serie votive nei santuari antichi. Il percorso ideato dai curatori si svolge attraverso il metodo cronologico ed è concluso da una teca a due ripiani, in cui sono presenti marchi da pane e altri oggetti in legno della cultura materiale datati tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento. Non fu un accostamento ardito quello dei curatori, dal momento che tutti gli oggetti esposti contribuivano a decifrare, per ognuna delle culture richiamate, gli oggetti utilizzati per la confezione del cibo. In un’altra sala dello stesso Museo, quella dedicata al suo fondatore, insieme al materiale documentario che rimanda alla sua attività di medico, di politico e di archeologo, c’è una teca in stile, in cui sono visibili materiali di legno della cultura popolare che Ridola non disdegnò di raccogliere, insieme alle migliaia di reperti archeologici che costituiscono la sua collezione. Il successore di Ridola chiamato a dirigere quell’istituto museale, la dott.sa Eleonora Bracco, dedicò grande attenzione al reperimento di quel materiale proveniente dalla cultura popolare che, insieme a quello archeologico, costituisce la dotazione documentale sulle varie culture di questa parte sud orientale della Basilicata. Non si comprende come si faccia fatica oggi, da parte delle istituzioni locali, a promuovere la cultura popolare rendendola visibile, attraverso musei permanenti dedicati ad essa. Nel 1919, Paul Scheuermeier iniziò un insuperato lavoro di repertorio delle attività e degli attrezzi usati dai contadini in Italia e la sua ricerca e testimonianza terminarono nel 1935. Per la Basilicata e la Puglia furono censite rispettivamente 7 e 18 località4. Si tratta di un’opera in cui sono esaminati i lavori agricoli, nella loro varietà nell’arco dell’anno. I mezzi di trasporto utilizzati, la tipologia della casa, secondo la sua distribuzione geografica, e gli utensili adoperati; ogni tipo di attività è descritto con minuzia di particolari e per gli oggetti d’uso è operato un confronto tra una località e l’altra. L’opera, ricca di disegni descrittivi e di fotografie, costituisce per i ricercatori del settore un indispensabile strumento di consultazione. Forse i musei contadini non nascono dopo aver consultato questa opera, anzi alcuni di loro, come quello messo insieme da Pierino Locapo di Altamura sono nati senza consultare nessun libro perché il fuoco del contadiname si era impossessato del suo artefice.

Grazie a questo isolato naif della memoria contadina, Altamura, civilissima città lungo tutto l’arco delle fasi storiche, con l’istituzione di questo museo riempie una lacuna, un segmento, che testimonia la quotidianità di tanta gente. Quella popolazione che non progettò la sua cattedrale, i suoi palazzi nobiliari, le sue chiese numerose, che non scrisse gli atti notarili, i suoi codici, i libri della sua storia ma che merita comunque una presenza lungo il percorso della memoria collettiva. Un atto di civiltà, l’istituzione di quel museo, che consente alla memoria della comunità di mettere sullo stesso piano il vissuto delle classi egemoni e quello dei meno abbienti.

31, Carlo Levi

 

        1861, briganti.                31      carlo levi

 

 

 

 

 

<La quarta guerra nazionale dei contadini è il brigantaggio> - affermava Carlo Levi - nel Cristo si è fermato a Eboli1. Il regime fascista aveva imposto allo scrittore piemontese il confino politico in Basilicata. Durante quella permanenza, prima a Grassano e poi ad Aliano in provincia di Matera, egli ebbe modo di convivere con una popolazione relegata all’interno di modelli arcaici. Si era nel 1935. Erano evidenti all’uomo giunto da Torino, fresco di una laurea in medicina, le condizioni insalubri e malsane di quell’ambiente. Non c’erano tracce di rete fognaria, di scuole d’ alfabetizzazione, di strade per la comunicazione e la conoscenza, mentre abbondavano cimici, pidocchi e zecche, per la costrizione degli abitanti a vivere in promiscuità con gli animali. La protervia dei possidenti, l’usura, la povertà endemica e una rassegnazione antica erano i segni evidenti di un abbandono umano e di uno squallore sociale. La scoperta di una possibile vita, vissuta in quella maniera, scosse fortemente il medico venuto dal Piemonte. Le considerazioni e le riflessioni di una personalità come la sua, proiettata verso un modello di società in cui non fossero avvertiti i disagi dovuti all’appartenenza, segnarono lo scrittore piemontese al punto da sconvolgere i suoi canoni artistici. La descrizione letteraria e pittorica che Carlo Levi fece degli ambienti e degli abitanti dei luoghi, in cui era confinato, costituirono una denuncia politica dello stato disumano in cui vivevano le genti dell’interno della Basilicata. L’impatto suscitato dalle pagine del “Cristo si è fermato a Eboli” sul mondo letterario e politico nazionale del tempo fu sconvolgente al punto da riportare in primo piano la questione meridionale e quella lucana in particolare nel dibattito politico nazionale. Il libro fu scritto a Firenze tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944 e vide la luce nel 1945, divenendo il punto di riferimento per letterati e artisti. Un’esigenza innovativa che era attesa da tutti gli strati della società italiana, desiderosa di analizzare il recente passato alla mercè di regimi e di eserciti. Levi lascerà una profonda traccia di se all’interno della popolazione, non risparmiando per essa nessuna delle proprie energie. E’ noto il contributo che egli diede alla maggiore conoscenza di Rocco Scotellaro, il poeta di Tricarico. Dopo la morte prematura del poeta, Levi si adopererà, nel settore editoriale e soprattutto in quello della critica letteraria, per una più diffusa divulgazione dell’opera di Scotellaro. L’elemento partecipativo di Carlo Levi tra la gente fu enorme e le stesse pagine del Cristo ne sono una testimonianza, perché toccanti e giungono al lettore con un crescendo sorprendente. I suoi scritti descrivono di una umanità fuori della storia e dimenticata dalle leggi, una società in cui perdurano sistemi di prevaricazione ancora feudali e stati d’animo, come la rassegnazione ad un gruppo di potere orridamente ignorante che evidenziano uno scenario di miseria umana, inconcepibile e tristemente reale. Il galantuomo piemontese, cui tutto è vietato dalla sua condizione di confinato, rischia in prima persona per assistere quel popolo di malarici cronici. La gente di Galliano perciò lo elegge suo protettore e le donne, i bambini, gli anziani e gli uomini del paese lo riveriscono, lo rispettano, perché da don Carlo ricevono un afflato vero, una considerazione, un ascolto alle loro sofferenze antiche e nuove. Il passaggio più sorprendente del libro, per il tema che stiamo trattando, è l’episodio della morte di un contadino che, per gli impedimenti burocratici e formali dei medici e del Potestà del paese, Levi non riesce a visitare per tempo. Per quello stesso male, altri contadini erano stati guariti dal medico piemontese.  La gente esasperata si ribella e si arma contro i potenti, rei di aver volutamente ritardato il soccorso al loro compagno. Così Levi scrive nel libro: <Quel giorno, avrei potuto trovarmi (e per un momento l’idea mi sorrise, ma, nel ’36, non era ancora giunto il tempo) a capo di qualche centinaio di briganti, e tenere il paese o darmi alla campagna.>2 Il buonsenso e l’opportunità suggerita da  una concezione moderna e civile dello Stato prevalgono sull’ira dello scrittore così che, contadini e medico, rivedono i loro propositi e spostano le rivendicazioni sul piano del confronto piuttosto che su quello dello scontro. Il galantuomo di Torino è pienamente inserito nell’ambiente ed è un forte punto di riferimento per la gente con la quale lotta e suggerisce i metodi migliori per una quotidianità più dignitosa. L’improvvisa partenza per Torino, dovuta ad un lutto in famiglia consente a don Carlo di rientrare in contatto con gli amici, i familiari e la cerchia dei conoscenti. Forse una boccata d’ossigeno a tanta disumana sofferenza. Proprio durante quel fugace ritorno al suo ambiente egli avverte un generale disagio, una forma di lacuna, che l’ambiente torinese non riesce a colmare. Scopre allora che gli mancano i fruschi, gli uomini, le donne e gli anziani, neri e malarici di Galliano.

La produzione pittorica di Levi è un altro capitolo dello straordinario legame che egli ebbe con la Basilicata. Nei dipinti prodotti durante il suo confino non c’è più traccia della fase lirica iniziale e delle sperimentazioni espressioniste del 1931-19333. Le mostre del 19364 e quelle successive a Torino, Milano, Genova, New York, presentate da Mazzucchelli, Giansiro Ferrata e Sergio Solmi, rivelano soluzioni inedite nel panorama della pittura contemporanea italiana. Ragghianti coglieva in quella produzione una funzione di stimolo “al chiarimento e al discernimento del gusto di molti artisti”. L’autore stesso invitava alla lettura della sua produzione pittorica dal punto di vista della nascente poetica del realismo, socialmente impegnata e lontana da qualsiasi atteggiamento contemplativo. Levi e la Lucania, quella dei fruschi, sono stati indissolubilmente legati, essendo l’uno il poeta e l’altra la sua poetica. Carlo Levi è sepolto ad Aliano e ciò nel rispetto delle sue ultime volontà.

30, Prete brigante

 

       1861, briganti.          30   prete brigante

 

 

 

 

 

Il 7 agosto del 1861, durante una processione i preti diedero il segnale della rivolta. Fu incendiato il municipio, le case dei liberali assalite e furono uccisi dei notabili. Quella era stata un’annata di carestia e il governo era latitante. Molti sudditi scorrevano la campagna in banda armata e il mondo chiuso dei contadini sembrava che si stesse rivoltando. Venne un nuovo governo, qualcuno diceva dalla Francia, qualcun’ altro dal Piemonte: non si sapeva bene, erano forestieri e impartivano ordini! Fu anche per questo che molti lasciarono i paesi e andarono a vivere alla macchia, depredando e assalendo: i briganti! -così li chiamarono i nuovi governanti.

Era molto diffusa la religiosità tra i briganti che ostentavano gli stendardi con le effigi dei santi protettori ed avevano cappellani nelle bande. I briganti si ornavano il collo e i polsi d’amuleti, di madonne, di santini, di corone e d’ostie consacrate. Sembrava quello che stava accadendo in Basilicata la Vandea1 nazionale. La stampa satirica piemontese diffondeva l’immagine di “un prete mentre benedice un brigante”. Erano disegni di propaganda, divulgativi di quanto accadeva nel Sud, ed erano efficaci per inchiodare alle proprie responsabilità lo Stato Pontificio. Alla Scurgola presso Tagliacozzo, tra i fucilati ci furono due preti, un monsignore e il curato di Monte Sabinese. A Venosa, il 10 aprile del 1861, il comitato borbonico che diede disposizione di aprire le porte della città all’esercito di Crocco era presieduto dal canonico Rapolla. A Melfi, il 15 aprile, fu lo stesso Vescovo a celebrare la messa di suffragio, alla causa di Francesco II, al cospetto di Crocco e del suo esercito.

Certo non furono tutti legittimisti i preti delle parrocchie dei paesini della Basilicata in quel tempo. Come dimenticare, infatti, la bandiera tricolore issata sul campanile della chiesa madre di Guardia Perticara dal parroco don Salvatore! Furono pochi i preti che si dichiararono liberali, ma tanti i civili che aderirono al moto insurrezionalista che portò all’Unità nazionale. Quegli anni furono la tragedia di una popolazione, spinta al cambiamento e timorosa di consegnarsi nelle mani di altri aguzzini. Sopra di quei derelitti che morivano sterminati si muovevano gli interessi di grandi Stati, uno destinato a sopprimere l’altro. I poveri analfabeti, cercando delle soluzioni alle loro angherie, si esponevano e pagavano con la morte di solito, da qualunque parte essi si mettessero.

 

Re sett’ alimienti nne mancane quattordici2

 

[ Di sette alimenti ne mancano quattordici. ]

 

Il Generale Cialdini, nelle sue vesti di Capo spedizione al Sud, individuò nel Clero l’elemento sobillatore e ispiratore di quella rivolta. L’Arcivescovo Riario Sforza della capitale fu oggetto di particolari attenzioni da parte della polizia piemontese e molti vescovi furono mandati ai ferri e altri ancora costretti alla fuga. Ciò che si diceva di loro, al quartier generale, era vero: “quando non sono briganti combattenti i preti stanno nelle retrovie, alla macchia, a studiare le mosse, scegliere gli obiettivi, e sostenere gli animi vacillanti”. A Pontelandolfo scoppiò una rivolta proprio durante una processione e furono loro, i preti, che diedero inizio alla ribellione, seguiti da tutta la popolazione. La situazione dell’ordine pubblico al Sud era grave: i soldati dell’esercito borbonico e dei volontari garibaldini erano allo sbando, i civili, guidati dai sacerdoti della comunità, inalberavano il vessillo della rivolta e tutto sembrava una polveriera pronta allo scoppio. Nel Meridione d’Italia stava accadendo quanto si era consumato in Francia, nell’insurrezione dei contadini della Vandea. Il problema dell’Unità, in un clima di nazionalismo diffuso tra gli stati europei portava i Piemontesi a non indagare, con la dovuta responsabilità, le ragioni profonde del rifiuto delle popolazioni napoletane ad unificarsi. Tra gli equivoci e l’indifferenza a Casalduni, dopo Pontelandolfo, ancora i preti condussero la folla al linciaggio della guarnigione piemontese lì presidiata. La vendetta che seguì fu atroce, i cannoni sabaudi rasero al suolo i due paesi e poi giunsero i fanti che attaccarono con la baionetta, trucidando donne, vecchi e bambini. Per quell’episodio diverse furono le interrogazioni in Parlamento: la civiltà non si porta con le armi - si disse - e lo sterminio di Casalduni e Pontelandolfo fece indignare i più. Sui due paesi s’alzarono in volo stormi di corvi e stettero a lungo sulle quelle rovine.

29, Coppole e cappidd

 

     1861, briganti.      29    coppole e cappidd

 

 

 

 

Sono scomparse le coppole sulle teste dei paria e sono scomparsi i cappelli su quelle dei galantuomini. Sono scomparse anche quelle categorie sociali e gli indumenti che li distinguevano. Oggi molte cose che appartenevano a quella società patriarcale si sono modificate e quelle categorie sono solo una memoria che appartiene al lessico del passato. Ciò che non è cambiato è la lotta per la supremazia di un ceto sull’altro.

Oggi non è più costume l’uso del vestito nero come messaggio di lutto. In quella società arcaica il soggetto della famiglia destinato a perpetuare il dolore cadeva pesantemente sulla donna. Era suo il compito di testimoniare nel tempo quella perdita. Il lutto, simbolizzato dal vestito nero, lo avrebbe portato per tutta la vita: il tempo presente e quello futuro erano per lei consacrati al dolore. La donna genitrice in tutte le culture, in quella società arcaica era anche testimone del dolore. Secoli di quella pratica, avevano predisposto l’ambiente e gli abitanti ad un’inclinazione lontana da qualsiasi indagine e da qualunque progetto che non fosse in sintonia con quel sentimento di penitenza. A consolidare tale tendenza vi contribuivano il sistema sociale ed economico e la reciprocità dei paesi vicini: un universo chiuso e immutabile. Nulla che veniva da fuori poteva portare cambiamenti, nemmeno le prammatiche. Era una società avulsa dalla ricerca del piacere. I lucani di quel tempo erano quotidianamente alle prese con un’economia di sopravvivenza, anche morale, vissuta su equilibri precari, che esplodevano improvvisi in manifestazioni violente, d’individui o di popolo. Questa generale povertà materiale e spirituale ha accompagnato la popolazione fino alla metà dello scorso secolo.

E’ sintomatica la vicenda vissuta da Carmine Crocco quando aveva appena quattro anni.  Un giorno il cane di un galantuomo azzannò  uno dei conigli allevati in casa. Il fratello maggiore tentò di riprendersi il coniglio ma il cane difese con tenacia la sua preda e allora il giovane armatosi di un bastone colpì l’animale che abbandonò la preda. Subito dopo giunse nel tugurio dei Crocco il padrone del cane. Il ragazzo scappò via, rendendo inutile qualunque inseguimento. Tornato sui suoi passi, l’arrabbiatissimo signore sfogò a colpi di frustino la sua ira sulla schiena degli altri ragazzi che, essendo piccoli, non riuscivano a sottrarsi alle scudisciate. Alle grida dei figlioli accorse la madre portandosi in braccio il figlio più piccolo ed in grembo un’altra creatura. Il signore, distratto nella sua azione, diede sfogo alla propria collera sulla donna, con pugni e calci e, finalmente soddisfatto, andò via lasciandosi alle spalle una famiglia distrutta dal dolore e dal pianto. Il padre di quei ragazzi era lontano per lavoro. La povera donna, percossa come un animale, perse il figlio che aveva in grembo e perse il senno e, dopo qualche giorno fu accompagnata al manicomio di Aversa. Passarono alcuni mesi da quell’episodio e quel prepotente fu ucciso a colpi di fucile. Per quell’omicidio fu incolpato il padre di Carmine che fu subito arrestato, processato e condannato all’ergastolo. La famiglia Crocco era stata vulnerata da un atto di violenza e di abuso ed era implosa: i sette ragazzi non ebbero punti di riferimento. Un’efferatezza che quel sistema economico e sociale spesso partoriva ed ogni volta a discapito dei più deboli. Dopo circa un lustro, un vecchio moribondo confessò di essere stato lui l’omicida di quel signore e Francesco Crocco, il padre di quella famiglia, fu rimesso in libertà.

28, uccisione del conte gattini

 

1861,briganti 28uccisione del conte gattini

 

 

 

 

 

8 agosto 1860, le imprese di Garibaldi in Sicilia e poi nel continente, risvegliano gli animi e le sopite rivendicazioni del popolino: i contadini sono ancora affamati di terra. <I contadini di Matera, primi del distretto, il 21 marzo 1848 insorgono contro i galantuomini, occupatori di terre demaniali senza titolo, e soltanto a seguito dell’intervento delle forze regolari ivi fatte affluire si evitano pericolosi incidenti e gravi conseguenze.>1. Sulla spinta della promessa di distribuzione di terre incolte ai contadini che il Generale andava promettendo in Sicilia, a Matera la situazione procedeva verso un incontenibile disordine. Il ritorno dei borboni, dopo il decennio francese, aveva legittimato i ricchi proprietari all’uso delle terre usurpate al demanio ed ora si prospettava l’occasione per riparare quegli abusi. <Le leggi eversive mostrarono i limiti del riformismo napoleonico: si volevano liberare i comuni ed i contadini dalla soggezione dei baroni, ma non c’era alcun proposito di ridistribuire le terre a spese della nobiltà.>2. I contadini materani, da sempre manipolati dal ceto possidente, alla vigilia dell’Unità si ritrovarono alleati con quella parte della nobiltà, reazionaria e legittimista, che mal sopportava la venuta del nuovo regime. A Matera la rivolta iniziata come rivendicazione di classe, assunse una colorazione politica che consentiva di distinguere, all’interno della classe degli usurpatori, i galantuomini fedeli al borbone e i galantuomini riformisti che aspiravano all’Unità. Facendo leva sul falso paternalismo, i galantuomini legittimisti fedeli a Franceschiello, incitarono la folla a scagliarsi contro quella parte della nobiltà materana più incline alle idee liberali e unitarie. Era questa la strategia per incanalare le rivendicazioni del popolo solo verso alcuni potenti, deviandola da tutti gli altri che, nel tempo, avevano impunemente abusato delle terre del demanio e ciò riguardava tutti i possidenti, nessuno escluso. <Il galantomismo, brutta copia del feudalesimo, significò miseria, arbitrio, violenza.> e ancora: <Una storia sorda e senza risonanze questa di un popolo di 10.000 contadini che vedeva accentrati più di 30.000 ettari di terreni nelle mani di una trentina di famiglie.>3. I borboni, incalzati dalla Storia, per riconquistare un più largo consenso propagandavano, anche loro, una definitiva ridistribuzione di terre da togliersi ai grandi latifondisti. Questi, che dovevano essere tutti uguali per gli atti usurpatori, non lo erano per il colore e la fede professata: c’erano i nostalgici del borbone e, molto pochi e di gran coraggio, i liberali seguaci dell’ideale unitario. Il conte Gattini che di colpe usurpatorie ne aveva quante le altre 29 famiglie, ricordate da Nitti, era un convinto liberale e ciò, suo malgrado, lo distingueva nella mischia e lo esponeva maggiormente, ed era il primo nella lista dei possidenti contestati. Una prima sommossa si ebbe il 20 febbraio di quell’anno 1860. A marzo i rivoltosi costituirono un comitato con il proposito di impossessarsi, anche violentemente, delle proprietà appartenenti alle ricche famiglie della città. Ad aprile, numerosi gruppi di contadini, guidati da noti capipopolo, girarono per tutto l’agro per individuare i poderi adatti all’occupazione: furono segati gli alberi, sconvolti i confini e alterati gli argini dei terreni lungo i torrenti.  Il 25 giugno del 1860, Francesco II concesse la Costituzione che alcuni mestatori interpretarono in questa maniera: “amnistia piena per i reati di lesa maestà ed elargizione dei benefici ai miseri e villici”. I funzionari borbonici della città, sorpresi e sconvolti da tanta magnanimità, aizzarono maggiormente i contadini alla ribellione, facendo loro credere che nella Costituzione fosse scritto che “per sei mesi i sudditi erano coperti da impunità”. In conseguenza di ciò alla fine di luglio, le terre demaniali furono invase da bracciali e contadini e la città si trovò in stato di disordine. La mattina del 7 agosto, alle prime luci dell’alba i membri della famiglia Gattini abbandonarono la città, meno che il conte. Qualche settimana prima egli aveva consentito che il fondo Murgia, oggetto della rivendicazione, fosse ridistribuito, ma quella sua determinazione non era stata resa pubblica dall’autorità municipale. Non si raccolse il grano quel giorno e la gente si riversò nella parte antica della città, pressandosi sotto le mura dei palazzi dei ricchi signori. I più facinorosi incendiarono il portone di casa Gattini al largo del Duomo. Il Conte, richiamato dallo schiamazzo e dall’avvampare del portone, si affacciò al balcone del palazzo con l’intento di confermare il suo proposito e la disponibilità al riguardo della controversia. A nulla servirono le sue argomentazioni e, inascoltato ed esasperato, riversò sulla folla uno zaino pieno di monete imprecando: “mangiate facchini”. I più truculenti scardinarono quanto rimaneva del portone e invasero il palazzo. Il conte fu trovato, trascinato per le scale, picchiato e poi finito con un colpo d’ascia. Nella piazza latitarono le guardie, i titolati e le autorità: s’erano convocati solo carnefici.

 
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